Esclusiva

Aprile 14 2022
Il potere dell’essere “carini”

Nel libro “Carino!” il filosofo inglese Simon May spiega l’attrazione istintiva per il “cute”, da Doraemon, Kermit la rana a Donald Trump

Il 20 gennaio 2017 Donald Trump appoggia la mano sulla Bibbia e pronuncia il giuramento come 45esimo presidente degli Stati Uniti. Una campagna elettorale ritmata da scandali, attacchi e frasi che, da un futuro presidente, nessuno si aspettava. Una vittoria a sorpresa: come era possibile? Aveva conquistato la classe media? Il cuore degli Stati Uniti? Ma perché era riuscito a vincere? Perché, per Simon May, era anche “carino”.

Non quel “carino” gentile, amorevole, altruista. Ma quello che si insinua nel confine tra bene e male nella sua capacità di allontanarsi da ogni possibile definizione. Come spiega in Carino! Simon May, filosofo inglese e professore al King’s College di Londra, è proprio questo il super potere del “cute”. Il suo essere «un’espressione giocosa della mancanza di chiarezza. Se si spinge l’indeterminatezza oltre un punto di non ritorno, questa diventa minacciosa, fatto che il Cute riesce a rendere intrigante grazie al suo stile superficiale, affascinante, tutt’altro che minaccioso, anzi, deliberatamente rilassato».

Carino!
Balloon Dog, Jeff Koons

Nel centro di New York, a pochi chilometri di distanza dalla Trump Tower, lo studio di Jeff Koons custodisce alcune copie dei suoi Balloon Dogs, uno dei quali è stato venduto da Christie’s nel 2013 per 58,5 milioni di dollari. Il cagnolino gonfiabile, poi declinato anche sotto forma di altri animali, crea luci e riflessi sulla sua superficie di acciaio inox. Sembra il cane di famiglia che, in attesa del gioco, è pronto allo scatto. Tra potenza e impotenza, «la sua innocenza è malinconica; la sua innocuità attraente» mentre «il suo contegno vulnerabile è compensato dalle enormi dimensioni».

Giappone, Stati Uniti ed Europa. Il cute si fa largo in ogni ambito. Le macchine vengono addobbate con gadget pelosi, peluche di Hello Kitty e adesivi raffiguranti soggetti con occhi ampi, forme fluide, rotonde e colori sgargianti. In televisione cuccioli di animali e figure da cartone della Disney campeggiano in ogni pubblicità. Da dietro un muro dipinto, Kermit la rana spunta d’improvviso e, ciondolando, si rivolge al pubblico. Di fronte a vetture, schermi piatti e comizi politici di Donald Trump, allo spettatore poco importa della sincerità o della bellezza dello spettacolo. L’attrazione verso l’incapacità di definizione, verso ciò che “non è”, è istintiva.

Con il crollo del loro impero e il bombardamento atomico, dopo la seconda guerra mondiale il Giappone deve rialzarsi. Non può più permettersi di recuperare i vecchi valori, l’onore e la disciplina del samurai. Lo stato nipponico si incasella agli antipodi dell’aggressività e decide di trasformarsi in una nazione costruita sul cute. Pokemon e Hello Kitty diventano simboli nazionali. Doraemon, gatto protagonista di un famoso cartone animato, viene anche eletto dal Ministero degli Esteri giapponese come proprio rappresentante.

Nel loro essere carine, per Simon May queste espressioni creano un grande interrogativo: perché, nonostante l’incapacità di capirle, ne siamo così attratti? Magari, come direbbe Daniel Harris, per uno spirito di autosadismo. O, recuperando Freud, per il loro essere perturbanti, il loro avere «quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare».

Secondo Simon May il merito, o la colpa, è dei bambini, o per lo meno del modo in cui vengono guardati. Più che uno sguardo, una vera e propria venerazione, il culto dell’infantilismo. Da piccoli lavoratori impiegati senza scrupoli nelle fabbriche dell’Ottocento, i fanciulli divengono il simbolo della purezza, dell’intoccabilità e del reale valore della vita. Il cute se ne appropria per evocare, a ogni suo spettatore, il ricordo di un’infanzia che possa essere «un’età oscura oltre che luminosa, brutta oltre che bellissima, crudele oltre che dolce, deformata oltre che immacolata».

Comprare un certo tipo di carta assorbente perché la pubblicità è animata da un cucciolo di cane, litigare tra amici per contendersi la Winx preferita o essere attratti dall’inusuale comportamento di un uomo che parla per versi con un bambino non è il sintomo del volersi perdere nella facilità dei primi anni di vita. Ma quindi, per Simon May, è il segnale che «malgrado tutti i nostri sforzi per sentirci sicuri, a casa nel mondo, siamo dei disadattati che vivono nell’incertezza».