Esclusiva

Aprile 30 2022
The Boys in the Band e «il teatro che libera»

Lo spettacolo che cinquant’anni fa rivoluzionò la rappresentazione mainstream dell’omosessualità debutta a Roma dal 26 aprile al 1 maggio con la regia di Giorgio Bozzo

È di nuovo il 1968 quando si alza il sipario. La scena, ancora inanimata, già parla attraverso i dettagli dell’arredamento e le note degli Harpers Bizarre. Anything Goes, brano che fece anche da apertura all’adattamento cinematografico di William Friedkin (1970), è il primo protagonista per qualche minuto, ma nove uomini stanno per entrare in scena e, una volta chiusa alle loro spalle la porta che rappresenta il mondo esterno, colmeranno quel vuoto con le nove storie che cinquant’anni fa cambiarono per sempre la rappresentazione omosessuale nello spettacolo.

La musica c’è, i bicchieri e il gin pure, tutto è pronto per la Festa per il compleanno del caro amico Harold. Tra le pareti al tempo stesso opprimenti e confortanti del piccolo appartamento newyorchese sapranno riconoscersi, scontrarsi, amarsi, esserci senza nascondersi.

Prima di Stonewall fu The Boys in the Band

Nel 1968 The Boys in the Band era un rischio creativo, come lo definì il suo stesso autore Mart Crowley, prima che una rivoluzione. I moti di Stonewall, considerati l’esplosione del movimento gay negli Stati Uniti, erano distanti ancora un anno e in pubblico non si parlava di omosessualità. Mancavano i termini e le immagini per raccontarla nella quotidianità, così quando lo spettacolo debuttò Off Broadway furono molte le resistenze, soprattutto da parte degli agenti degli attori, preoccupati per le loro carriere, e da parte della critica miope. The Boys in the Band costruì però un nuovo canone e il grande pubblico si mostrò pronto ad accoglierlo, supportandolo per 1001 repliche in due anni.

Oggi rappresenta un testo fondamentale del teatro LGBT+, un «tassello di storia da recuperare» e da rappresentare così com’era cinquant’anni fa, perché «ha un senso universale da cogliere» afferma il regista Giorgio Bozzo, che per la prima volta l’ha portato in Italia debuttando nel 2019 a Milano. «Se una società opprime le persone e le costringe a rinunciare al diritto dei propri affetti e dei propri desideri, le costringe a essere fallate, le interrompe nella loro emancipazione», per questo «finché ci sarà anche una sola persona nel pubblico a sentirsi così, sarà importante metterlo in scena», per liberarla e per accoglierla.

«Come un incidente. Non puoi fare a meno di guardarlo»

Michael, Donald, Emory, Bernard, Hank, Larry, Alan, Cowboy e Harold sono «un display di caratteri» e nell’intento didattico di Crowley, mostrano nove storie diverse e altrettanti modi di sentire. Nessuno di loro è una maschera, ma tutti insieme sono un’identità collettiva, «una somma vettoriale» che nel lavoro di Bozzo diventa «il risultato di una regia aperta», in cui ognuno fa confluire una parte di sé. Per Angelo Di Figlia, che interpreta Emory, The Boys in The Band è «un concerto» in cui è fondamentale l’ascolto dell’altro e la capacità di lasciarsi trasportare, che non è quella di improvvisare ma di stare in relazione e nutrirsi di un’energia diversa ogni sera sul palco. «Da attore quando ricevi in mano questo testo hai una grande responsabilità perché è divertente, drammatico, pregno di contenuti e ognuno di noi può attingere a un vissuto diverso».

Pur in totale armonia con il gruppo, il personaggio di Emory è anche quello che incarna meglio le due facce di The Boys in The Band. Stravagante e sopra le righe in superficie ma ferito nel profondo, rispecchia la contrapposizione tra la comicità irresistibile del testo e la sofferenza collettiva della comunità che rappresenta.

Emory è però anche l’unico personaggio “risolto”, che non ha bisogno di compromessi né vive un conflitto interiore o la nevrosi che si intensifica nello spazio chiuso dell’ambientazione, fino a esplodere nel gioco proposto da Michael (Francesco Aricò): telefonare all’unico uomo che ognuno abbia mai amato e dichiararsi.

In un crescendo emergono così tutti i rispettivi punti di rottura, dal dolore di Bernard (Alberto Malanchino) di fronte ai ricordi sollevati dalla cornetta al ti amo sofferto, rincorso e reciproco di Hank (Ettore Nicoletti) e Larry (Federico Antonello). Anche il personaggio più spensierato, Cowboy (Jacopo Adolini), nasconde lo stesso disprezzo di sé che provano tutti gli altri, ma lo condensa nell’ultima battuta, unica delle sue che non è scritta per far ridere: “cerco di metterci un po’ di affetto”. Frase che, al di là dell’ingenuità del Cowboy, rivela il disagio provato nell’essere gigolò, un corpo e un oggetto da gettare nell’angolo con gli altri regali per Harold.

The Boys in the Band e «il teatro che libera»
Credit: Teatro Sala Umberto

La fotografia di un momento storico

Mettere in scena la complessità di questo sentire aveva per Crowley uno scopo didattico, per mostrare al pubblico eterosessuale un mondo che rifiutava o aveva paura di conoscere. Permetteva e permette ancora di attraversare una porta e sbirciare all’interno di dinamiche chiuse, in cui anche il linguaggio che i protagonisti usano tra loro è codificato, «per esorcizzare dei demoni che comunque vivono al di fuori di quelle mura», come afferma Alberto Malanchino che con il ruolo di Bernard dà voce a una doppia minoranza, omosessuale e nera, da rapportare sempre a «un retaggio post schiavista coloniale»

È importante cioè considerare The Boys in the Band come un documento storico che anche nelle rappresentazioni odierne non può essere modificato e non può essere spostato dal contesto del 1968, quando l’emancipazione omosessuale non era ancora iniziata e la pressione sociale si allentava davvero solo all’interno di spazi privati e invisibili. È uno spettacolo in costume, come lo definiscono gli attori e il regista, in cui non solo tutti i dettagli scenografici provengono da una meticolosa ricerca di pezzi originali, ma è soprattutto la forma, il suo codice, a parlare ancora sul doppio piano del presente e del passato.

Nasce come opera mainstream e popolare proprio per il desiderio di raggiungere ed educare un pubblico più ampio possibile e l’adattamento di Giorgio Bozzo ne mantiene l’intenzione, anche da un punto di vista produttivo. The Boys in the Band va infatti in scena nella centralissima Sala Umberto di Roma, fino al 1° maggio, prendendo le distanze da un pubblico specializzato e «accettando il rischio di mettersi a repentaglio – afferma Bozzo – perché se il teatro non è la possibilità di sfidare se stessi allora non è nulla»

The Boys in the Band e «il teatro che libera»
Locandina di The Boys in the Band

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