Esclusiva

Giugno 4 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Giugno 5 2022
Ora al-Sisi sogna la dittatura digitale

Il governo egiziano, ispirandosi alle monarchie del golfo, sta utilizzando le innovazioni tecnologiche per un nuovo sistema di sorveglianza e repressione

Immaginate di essere filmati 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo è il nuovo progetto delle “smart cities” annunciato da Amr Talaat, Ministro delle Comunicazioni e della Tecnologia dell’Informazione in Egitto, alla fine del 2021. Nel 2016 il governo egiziano ha preso la decisione di costruire una nuova capitale amministrativa che si trova tra il Nilo e il Mar Rosso, circa 40 chilometri a est dal Cairo, che avrà un’architettura innovativa e incentrata sull’utilizzo della tecnologia. Sarà questa la prima “città intelligente” voluta dal presidente egiziano al-Sisi nella quale sarà previsto un sistema di sorveglianza molto innovativo. Ispirata al modello saudita, dove è in costruzione una nuova città tecnologica, Neom, nel nord-est del regno, la Nuova Capitale Amministrativa egiziana, definita come un’impresa faraonica, è destinata a diventare la nuova sede del governo egiziano, ospitando ministeri, istituzioni amministrative e finanziarie e ambasciate straniere. Distribuita su 700 chilometri quadrati, si prevede che ospiterà una popolazione di sei milioni e mezzo di persone. Promossa come “un’oasi tecnologica avanzata nel cuore dell’Egitto”, gli spazi pubblici e le strade della città saranno dotati di una rete di 6.000 telecamere di sorveglianza, destinate a “monitorare persone e veicoli per gestire il traffico e segnalare eventuali attività sospette”. 

Le città intelligenti introducono l’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale in linea con la strategia di sviluppo sostenibile dell’Egitto, ma anche con le politiche repressive e di controllo introdotte dal presidente al-Sisi da anni, che ora hanno la possibilità di arrivare ad una fase superiore e più efficiente. 

«Le forme di sorveglianza tradizionale sono ancora molto diffuse: pedinamenti, monitoraggio delle attività attraverso automobili piazzate fuori dalle case dei dissidenti politici o degli attivisti, controllo di telefoni e del traffico internet». Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, ricorda come questi sistemi abbiano un effetto sia di controllo che di intimidazione verso i cittadini e gli attivisti. «Le smart cities hanno un obiettivo chiaro: sono state progettate perché non ci sia attivismo di alcun tipo. Eppure, trovo questo progetto superfluo, dal momento che la nuova capitale sorgerà in mezzo al deserto, isolata e lontana da Piazza Tahrir e dalle manifestazioni che all’epoca delle primavere arabe riuscirono a far cadere Mubarak e da qualunque altro tipo di opposizione». 

Lo spostamento della capitale progettato da al-Sisi ha diverse motivazioni. Il Cairo ha più di 20 milioni di abitanti e si pensa che entro il 2050 si arriverà ad una popolazione di 150 milioni di abitanti e le attuali infrastrutture sono estremamente inadeguate per la quantità di persone che ci vivono. “Sicurezza” è uno dei termini chiave della retorica utilizzata dal regime egiziano per giustificare enormi investimenti e un sistema di sorveglianza capillare. 

Ora al-Sisi sogna la dittatura digitale
Progetto di Smart Cities

Eppure, i motivi reali dei nuovi progetti non si limitano a questo, ma vanno contestualizzati all’interno di un regime opprimente come quello di al-Sisi che si ispira alle monarchie del golfo, prima su tutte l’Arabia Saudita. «In un contesto in cui le violazioni dei diritti sono all’ordine del giorno è chiaro che queste tecnologie verranno utilizzate ai fini della sorveglianza attiva». Laura Cappon, giornalista freelance esperta di Egitto, non è affatto sorpresa da ciò che sta accadendo e non ha dubbi riguardo alla finalità di al-Sisi. «Ovviamente stiamo parlando di una cosa che ancora non è successa, per ora è stata solo annunciata. Ci vorranno anni prima che queste smart cities siano costruite ed entrino in funzione, perché bisogna ricordare che l’Egitto è un paese povero, però non ci sono dubbi sul fatto che il presidente riuscirà ad utilizzare queste nuove tecnologie per i suoi scopi».

«La tecnologia di per sé è neutra. Il problema nasce nel momento in cui viene inserita in un determinato contesto, dove c’è un regime altamente autoritario e che ha come obiettivo ultimo la sua stessa sopravvivenza». Andrea Dessì, responsabile del programma Politica estera dell’Italia e ricercatore nel programma Mediterraneo, Medioriente e Africa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), ha messo l’accento sui precedenti a cui si è ispirato al-Sisi: «Il modello cinese e saudita dimostrano come queste tecnologie hanno una capacità di semplificazione della vita nella quotidianità ma anche una chiara dimensione declinata ad interessi di controllo e monitoraggio della popolazione». 

La grande preoccupazione per questi progetti di monitoraggio e sorveglianza nasce in primo luogo dal fatto che stiamo parlando di paesi che, come sottolinea il portavoce di Amnesty, «considerano l’attivismo per i diritti umani alla stregua del terrorismo o sovversione e quindi come una vera e propria minaccia per la sicurezza. L’amministrazione egiziana, così come utilizza già misure di controllo e di repressione classiche, ha colto subito le potenzialità delle nuove tecnologie per asservire allo stesso scopo». 

La Nuova Capitale sarà la pioniera delle tecnologie che verranno poi applicate nelle smart cities. Secondo Laura Cappon questi progetti si inseriscono anche in un sistema di propaganda, applicato a una dittatura che delle grandi opere, dei grandi progetti, ne ha fatto una caratteristica fondamentale della sua amministrazione. 

Per quanto riguarda le tutele a livello internazionale siamo ancora molto lontani. La Carta dei diritti dell’uomo, ratificata dall’Egitto, dovrebbe porre qualche limitazione a certi tipi di repressione ma spetta poi alle autorità nazionali controllare le attività del governo. «Ad oggi, sorvegliare l’utilizzo di queste tecnologie è praticamente impossibile, perlomeno finché non ci saranno nuovi accordi internazionali. Si può fare qualsiasi cosa se c’è unità e volontà politica a livello internazionale» continua Dessì, «ma senza un fronte unito è impossibile imporre un reale cambiamento di rotta a un regime come quello di al-Sisi che si basa su sistemi di repressione». Ne è una prova la tragica uccisione di Giulio Regeni e l’insabbiamento da parte dell’Egitto del caso giudiziario. «Con l’Europa divisa è difficile fare pressioni e ottenere risultati dal Cairo. Sul caso Zaki, invece, sembra che un migliore coordinamento, una migliore unità di intenti anche con gli Stati Uniti di Biden abbia portato qualche risultato in più» conclude il ricercatore dello Iai. 

Noury si trova d’accordo con Dessì: «Il problema per quanto riguarda un intervento a livello internazionale è che siamo agli albori dell’applicazione di queste nuove tecnologie. Il diritto internazionale ci mette un po’ ad afferrare nuove forme di repressione e a prendere delle contromisure, anche perché ci troviamo di fronte a un classico caso di “doppio uso”: da una parte questo tipo di sorveglianza può essere utile per legittime esigenze di sicurezza, ma dall’altra vi è un utilizzo sbagliato che viola i diritti umani, primo su tutti quello della privacy». 

«A prescindere da quello che riusciranno a fare la cosa importante da riconoscere è che comunque il modello è quello della Cina e dell’Arabia Saudita: il governo di al-Sisi guarda alle peggiori dittature del mondo». Laura Cappon ha espresso la sua preoccupazione per questa situazione, che vede un continuo inasprirsi di queste forme di controllo e repressione. «Quello che si vuole riprodurre è una dittatura che permette un controllo capillare della popolazione».

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