Esclusiva

Giugno 7 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Giugno 10 2022
E poi saremo salvi. L’urlo silenzioso di una terra spezzata

Finalista al Premio Strega 2022 e opera prima, il romanzo di Alessandra Carati scava nelle cicatrici di una guerra dimenticata

Mia madre mi aveva detto che non mancava molto, all’alba saremmo arrivati all’ultimo confine. «E poi saremo salvi». Così aveva detto, salvi.

Per salvarsi, basta cambiare vita? Allungare il passo in una nuova terra, voltare la schiena alle proprie radici? Opera prima di Alessandra Carati, “E poi saremo salvi” è la storia di una di una famiglia e di una terra spezzata, di una salvezza che non è abbastanza. È l’inizio degli anni Novanta, e la Bosnia-Erzegovina è attraversata da una violenta guerra civile. L’esodo della popolazione bosniaca è un dramma su cui a lungo l’Europa ha steso un velo di nebbia. Un genocidio di cui ancora si fa fatica a parlare e che la scrittrice affronta attraverso gli occhi di una bambina.

Aida ha sei anni e trascorre l’infanzia in un villaggio della Bosnia. Ma una notte tutto cambia. È scoppiata una guerra, ci sono le bombe, stanno arrivando anche lì. Il papà è già in Italia, aiuta lei e la mamma con i documenti. Intraprenderanno un viaggio disperato, immagine di una terra distrutta. La devastazione della guerra, i treni e pullman stracolmi di gente, la separazione forzata delle famiglie.

Quella guerra rimane appesa da qualche parte, è più di un ricordo e più di un fantasma. È una sensazione, un sapore, un odore che si aggrappa alla pelle e corrode l’anima del piccolo nucleo familiare. Accompagna Aida in Italia, a Milano, dove la sua famiglia cerca di ricostruirsi una vita. Uno spazio dove si compie una frattura ulteriore: quella tra una bambina che cresce in una terra nuova, e i suoi genitori, il cui cuore è rimasto nelle campagne bosniache e che in Italia si sentono solo di passaggio.

I miei genitori non smettevano di dire che saremmo tornati in Bosnia e che la vita in Italia era una pausa tra due tempi.

Il trauma della guerra attraversa il libro come un urlo che non viene mai espresso ad alta voce. Tranne nell’ultima parte, dove sempre più rumorosa si fa l’esistenza del fratello minore di Aida, Ibro: il dramma della sua malattia mentale è il tassello che ricuce il rapporto dell’ormai donna e la famiglia. L’occasione per comprendere ciò che non si poteva dire.

Chi è vivo porta su di sé le radici di una terra, il senso di colpa di essere fuggito, l’orrore della distruzione. Chi è rimasto vivrà per sempre in un non luogo e in un non sentimento. Ed è per questo che la scrittura di Carati non si concede sentimentalismi, ma procede nitida, essenziale, cruda. La famiglia di Aida, immagine di un popolo ed emblema del profugo, è condannata a sentirsi straniera per tutta la vita. La salvezza è allora solo apparente.

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