Esclusiva

Giugno 12 2022
Vivere la vita… vivendola

L’estate romana al Globe Theatre inizia con Pene d’amor perdute di Shakespeare

L’odore è quello del legno bagnato, quasi stia per iniziare una pioggia estiva, ma il cielo è blu cobalto in cui è incastonata una luna brillante che sembra anch’essa un riflettore che si affaccia ad illuminare la vista dei giovani spettatori seduti per terra: chi con cuscini, chi con tappetini da yoga. Tre anelli di sedili si ripetono ritmicamente abbracciando il palco. Sembra una casetta da cui pendono piccole lampadine, come stelle lucenti.

Così, circondati dal massello e dalle imponenti travi, il Silvano Toti e Gigi Proietti Globe Theatre di Roma apre la sua stagione teatrale con Pene d’amor perdute, una delle opere esordienti e meno conosciute di Shakespeare divertente e grottesca che, con la prima del 10 giugno 2022, ha entusiasmato il pubblico in un clima esuberante e caldo.

Il Globe Theatre di Villa Borghese è una perfetta riproduzione dell’omonimo di Londra, dove per anni il giovane Shakespeare mise in scena le sue commedie e tragedie. Voluto dal grande mattatore Gigi Proietti, i lavori del Globe iniziarono nel 2003 e durarono poco più di tre mesi. Da allora, grazie agli attori dell’accademia Silvio D’Amico e il gruppo teatrale gestito da Proietti, l’imponente teatro circolare è stato ambientazione delle più belle opere di Shakespeare, vantando il primato in Italia come unico teatro interamente dedicato all’autore inglese.

La regia e adattamento è del giovane regista Danilo Capezzani, ex studente di giurisprudenza della LUISS e laureato in regia alla Silvio D’Amico: «Pene d’amor perdute è un testo poco rappresentato che mi ha affascinato sin da subito. Molti registi hanno sempre preferito altri testi di Shakespeare per l’apparente difficoltà dovuta al testo». Infatti è una commedia eufuistica, ovvero con uno stile letterario che predilige lo stile manieristico e l’abbondanza di figure retoriche e frequenti allitterazioni, antitesi e bilanciamenti simmetrici di parti del periodo, tipica del primo Shakespeare.

«L’opera è un discorso sul linguaggio, con giochi di parole continui che si ripetono per tutti e cinque gli atti. I vari gradi e tipi di linguaggio rappresentano i diversi strati della società».

Vivere la vita… vivendola
La biglietteria del Globe Theatre circondata dal verde di villa Borghese

La commedia si ambienta a Navarra, in Spagna, dove re Ferdinando decide di dedicare la propria vita alla letteratura e alla cultura. Con tre suoi uomini si ritira nel palazzo imponendo a tutti il digiuno e in particolar modo una rigorosa astensione dalle donne.

«Il filo rosso, che io ho tagliato nel mio adattamento, è quello del personaggio dei demagoghi, dei maestri, che insegnano come parlare e come usare la lingua nei diversi ambiti della società d’allora. Quello è stato il mio spunto per l’opera di regia. Mettere in scena un college dove tre scolaretti, di cui il re (Gabriele Graham Gasco), fanno un voto per dedicarsi allo studio e alla lettura dei classici». Un patto che non riusciranno a mantenere a lungo: il re con i suoi due (nello testo originale tre) fidati amici, Biron (Francesco Russo) e Dumaine (Luca Carbone), si ritirano nel castello, senza considerare che è in visita la bella principessa di Francia con le sue damigelle.

In un susseguirsi di equivoci ed errori, i tre scolaretti si innamorano passionalmente delle tre donne, puniti dal loro stesso patto che non fa altro che accrescere ancor più il loro desiderio. A poco servirà rinnegare l’accesso delle tre donne a palazzo e il confinamento della principessa a dimorare nel prato. I tre giovani si sono in preda a pulsioni fortemente sessuali e immature. «Mi ha interessato moltissimo questa “incapacità”, anche un po’ adolescenziale, e mostrare la giovinezza dei protagonisti nelle loro azioni, nel loro modo di fare, perché sono tutti attori giovani che interpretano ragazzi, come pensato nell’adattamento originale di Shakespeare».

E giovanissimi, infatti, sono gli attori che hanno calcato il palco, inscenando un’opera che ha dei ritmi frenetici, urla, grida, cambi d’umore repentini. Una tensione che gli attori hanno dovuto mantenere per circa tre ore, intervallate dalle bellissime canzoni scritte dagli attori stessi: un balsamo caldo per spezzare il ritmo della finzione scenica. Gli attori parlano, interagiscono con il pubblico, rompendo la quarta parete scenica e portando gli spettatori quasi sul palco con il loro calore e la loro ironia. Magistrale il giovane conte Armando, interpretato da Michele Enrico Montesano, perfetto come physique du role e interpretazione. Ha mostrato in più di una scena una padronanza tecnica non indifferente e l’accento e lingua spagnola più veloce di Navarra. Francesco Russo con il suo Biron non ha permesso mai al pubblico di riprendere fiato tra una risata e un’altra. Infine, la grazia ed eleganza scenica delle tre dame, Sofia Panizzi, Adele Masciello ed Eleonora Bernazza, donano all’opera un contrasto netto tra i personaggi e complessità al tutto. 

Pene d’amor perdute è un chiaro incitamento alla vita e al viverla in ogni sua forma, senza privazioni o restrizioni.

«Mettiamo in scena un’utopia. Ho cercato di mostrare questa impossibilità di vivere la vita se non vivendola, come invece vogliono fare il re e i suoi fidi, studiandola e leggendola sui libri per cercare ‘conferme misere dai libri d’altra gente’».

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