Esclusiva

Luglio 14 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Luglio 20 2022
Eugenio Scalfari innovatore del giornalismo italiano

Un ricordo del giornalista, fondatore del quotidiano La Repubblica, attraverso le parole di Gianni Riotta, Alberto Flores d’Arcais e Giorgio Casadio

«Hai vissuto una vita piena se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità e hai conosciuto amore e dolore accettando i tuoi limiti», così Eugenio Scalfari scriveva a febbraio su La Repubblica, immaginando forse che queste sarebbero state alcune delle sue ultime parole sul quotidiano da lui fondato nel 1976. Si è spento a Roma, la mattina del 14 luglio a 98 anni, nell’anniversario della Rivoluzione francese che, da laico illuminista e ammiratore di Diderot, lui amava tanto.

Uomo ironico e autoironico, come lo descrivono le figlie Enrica e Donata nel loro documentario Scalfari. A sentimental journey, usava questa sua qualità personale per sfuggire al “narcisismo” che lui stesso si riconosceva, essendo diventato negli anni simbolo della cultura italiana contemporanea.

Compagno di banco e amico di Italo Calvino, conobbe insieme a lui il primo antifascismo clandestino, dopo essere stato espulso dai Gruppi Universitari Fascisti per alcuni articoli contro i gerarchi. La sua vera carriera giornalistica iniziò con Il Mondo di Mario Pannunzio e L’Europeo di Arrigo Benedetti, fino ad arrivare a L’Espresso di cui fu da subito direttore amministrativo (1955) e dal 1963 anche direttore responsabile, creando così una figura nuova nel giornalismo italiano, che fondeva l’aspetto organizzativo ed editoriale a quello manageriale.

«Scalfari ha portato nel giornalismo italiano una nuova freschezza», afferma Gianni Riotta, direttore della Scuola di Giornalismo Baldini, editorialista per La Repubblica e amico di lunga data della famiglia Scalfari. «Senza di lui il Corriere della Sera o La Stampa non si sarebbero evoluti o allargati a uno come me. Io sono andato al Corriere con Stille perché Stille aveva bisogno di fare concorrenza a Scalfari».

Il suo è stato un giornalismo di scrittura e di inchiesta, ma ha anche inventato ciò che Riotta definisce il «giornalismo non giornalismo», per esempio con Beniamino Placido, che non era un professionista ma collaborò fin da subito sulle pagine culturali di Repubblica. Scalfari pensava di fare un giornale d’élite ma lo trasformò in un giornale popolare, protagonista come lui di anni decisivi della storia italiana. La chiave, fin dall’inizio, si trova nella capacità di trasformare il linguaggio e aprire nuove strade al mestiere, come accaduto per il giornalismo politico, di cui è stato uno dei massimi rappresentanti soprattutto fra gli anni Ottanta e Novanta.

«Prima la politica sui giornali era fatta in modo rituale e scontato. Scalfari vi è entrato dentro, con rispetto per tutti e per nessuno, cioè con la forza del giornale e del giornalismo. Ha inventato un nuovo modo», dichiara il giornalista Giorgio Casadio, condirettore della Scuola di Giornalismo Baldini e caporedattore politico a La Repubblica. «Ha cambiato il racconto delle cose, facendole vedere nei dettagli». Portando la cronaca nella politica ha svecchiato l’abitudine al pastone e l’ha fatto anche con l’ausilio della redazione più giovane d’Italia, gli Scalfari boys, di cui ha fatto parte anche Alberto Flores d’Arcais, assunto a Repubblica oltre quarant’anni fa proprio da Scalfari, oggi editorialista per il quotidiano e anche condirettore della Scuola Baldini. Di Scalfari Flores d’Arcais ricorda innanzitutto la grande capacità di ascoltare e lo spazio che diede ai giovani: «Per lui eravamo tutti uguali, dal grande inviato all’ultimo praticante e se c’era da mettere in prima pagina una firma sconosciuta lo faceva. Ricordo che mise un mio pezzo dopo soli tre mesi che stavo lì. Aveva una grande fiducia in noi. ‘Devi essere tu a vidimare la pagina, ti ho scelto perché sono convinto che tu lo sappia fare’, diceva quando da caporedattore degli esteri andavo a fargli vedere le pagine».

Scalfari dava così la linea generale del suo giornale: laico, di sinistra, aperto ai diritti civili e progressista, ma poi «ognuno doveva fare quello che sapeva fare».

Una descrizione che si scontra con l’immagine di direttore-dio con cui spesso viene descritto, a partire dalla messa cantata, espressione usata per descrivere le sue riunioni con i caporedattori.

«Era una riunione aperta a tutti, quindi potevamo andare anche noi più giovani e in questa messa lui faceva elogi e critiche, analizzando il giornale uscito, gli errori e le cose da migliorare, però poi ascoltava chiunque avesse qualcosa da dire, fino all’ultimo redattore presente». Era un direttore con il pugno di ferro quando serviva, ma credeva nel lavoro collettivo ed era pronto a cambiare opinione fino all’ultimo, «cosa non scontata per una figura del suo calibro». Flores d’Arcais ricorda in particolare un episodio accaduto mentre era inviato in America Latina, in cui di fronte a un lancio ANSA sbagliato riguardo una conferenza a cui il giornalista stesso era presente, Scalfari si fidò del proprio inviato, con il rischio di riportare una notizia opposta all’Agenzia. «Se hai sbagliato, me ne dovrai rendere conto», furono le sue parole.

«I suoi rimproveri erano sempre mirati, ma non incuteva timore e poi era divertente, si divertiva a fare battute e accettava gli scherzi della redazione. Una volta si commosse per una botte di tequila che io, Peppe D’Avanzo e Maurizio Ricci gli portammo dal nostro sabbatico in America Latina», continua Flores d’Arcais. «Negli anni Ottanta per noi era Barbapapà e con lui nel giro di sei o sette anni La Repubblica diventò il primo giornale d’Italia, una grande avventura entusiasmante in cui Scalfari coinvolgeva tutti».

Da spirito libero e laico, «non ha mai avuto timore dei politici o dei poteri forti». Non ha temuto nemmeno la morte, o almeno così ha detto con sguardo sprezzante di fronte alle telecamere del documentario delle figlie. «Con la morte non puoi fare pace – dice con tono fermo – la morte c’è, è la Regina che ti tocca con un dito», come la descrive anche in uno dei suoi romanzi, Il labirinto (1998). Il suo tocco è arrivato, ma ha dato il tempo a Eugenio Scalfari di lasciare un segno indelebile.