Esclusiva

Gennaio 6 2023
Da Genova a Wembley, la favola di Gianluca Vialli

L’ex calciatore della Sampdoria si è spento questa mattina a Londra a causa di un tumore al pancreas

«Ti voglio più bene adesso di quanto te ne volessi In luglio». L’uomo Luca Vialli, si riassume in queste parole, rivolte all’amico fraterno, Roberto Mancini, all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale italiana al mondiale 2022. Gianluca Vialli si è spento questa mattina a 58 anni, portato via da quel «compagno di viaggio indesiderato», quel tumore al pancreas con cui ha convissuto dal 2017, ma che non gli aveva impedito di diventare prima ambasciatore della Uefa e poi capo delegazione azzurro per giocare un ruolo decisivo nel trionfo all’Europeo della scorsa estate. Poche settimane dopo Sinisa Mihajlovic, di cui ha portato la bara al funerale, il Commissario Tecnico della Nazionale deve piangere un altro amico, anzi un gemello, il più grande e il più caro.

La Carriera: La Sampdoria dello scudetto

I primi calci al pallone Vialli li tira nella sua Cremona. Siamo negli anni Settanta e il luogo in cui i bambini si innamorano del calcio è l’oratorio. I talenti vengono notati subito e Vialli viene chiamato prima dalle giovanili del Pizzighettone e poi da quelle della Cremonese, con cui nel 1980 esordisce tra i professionisti, in serie C1, e in Serie B l’anno successivo. Il salto nella casa dorata della Serie A arriva nel 1984 quando lo acquista la Sampdoria. In quegli anni il massimo campionato italiano è il migliore al mondo, tutti i più grandi vengono a giocare da noi. Il 1984 è lo stesso anno in cui Diego Armando Maradona arriva a Napoli, nel 1986 Silvio Berlusconi compra il Milan e comincia a costruire una squadra che in pochi anni conquisterà il mondo. A Genova, con la maglia blucerchiata, Vialli sarà tra gli autori di una pagina indimenticabile di storia del calcio.

Le prime due stagioni, nonostante la vittoria della prima Coppa Italia della storia del club, non sono facili: Vialli, fuori posizione, segna col contagocce. La svolta arriva nel 1986 quando nella città della Lanterna approda il leggendario allenatore jugoslavo Vujadin Boskov. L’intuizione è quella di cambiare posizione a Vialli, che da trequartista passa a giocare prima punta. I gol cominciano ad arrivare con più continuità e Gianluca forma con Roberto Mancini una coppia che i tifosi blucerchiati non dimenticheranno mai. E pazienza se i due bomber avevano bisogno di essere tenuti d’occhio fuori dal campo: «Alla Samp il più controllato era Vialli che chiamavo tutte le sere», raccontò l’allenatore anni dopo. «Avevo 4/5 persone che giravano in tutti i locali notturni della Liguria e mi raccontavano se vedevano Vialli o Mancini o altri». Nonostante, o forse proprio grazie a, queste peculiari “attenzioni”, con Boskov in panchina arriveranno subito altre due Coppe Italia: in quella del 1988-89 Vialli sarà capocannoniere con 13 reti, ancora oggi un record. Proprio questa vittoria dà alla squadra la qualificazione alla Coppa delle Coppe 1989-1990, in cui la Samp trionferà contro l’Anderlecht, ottenendo il primo successo europeo della sua storia. Nello stesso anno il Milan di Berlusconi e Arrigo Sacchi vince la seconda Coppa dei Campioni consecutiva e si afferma come la squadra più forte del mondo. Lo scudetto è invece del Napoli di Maradona. La vera impresa arriva l’anno dopo: a cucirsi il tricolore sul petto, il primo e unico della sua storia, è proprio la Sampdoria, che arriva cinque punti davanti al Milan dei tre olandesi (Gullit, Rijkaard e Van Basten). Vialli sarà capocannoniere con 19 gol. Finita qui? No, perché le grandi storie nel calcio sono di chi insegue i sogni e quel gruppo non si era ancora stancato di correre. Un anno dopo, il 20 maggio 1992, la Samp scende in campo a Wembely per la finale di Coppa dei Campioni. L’avversario è il Barcellona. Pep Guardiola, l’allenatore più rivoluzionario dei nostri tempi, è ancora in campo e sulla panchina blaugrana siede l’uomo che cambierà per sempre il dna della squadra catalana: Joahn Crujff. La partita è emozionante, ma i due portieri sono in serata di grazia e la coppia d’oro Vialli-Mancini non ingrana, il centravanti di Cremona sbaglia due occasioni non da lui. Lo 0-0 si trascina fino al novantesimo. Ai supplementari una punizione dal limite del difensore goleador Ronald Koeman fissa il punteggio sull’1-0 finale per il Barcellona. Il sogno più grande si spegne sul prato di Wembley. Vialli e Mancini escono a testa bassa. Ma il destino, a volte, sembra divertirsi.

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Il Passaggio alla Juve e l’Inghilterra

Dopo la delusione di Wembely, Vialli, che era stato capace di rifiutare i soldi e le promesse di gloria del Milan dei record, passa alla Juventus per 40 miliardi di lire, all’epoca la cifra più alta mai spesa per un calciatore. Con i bianconeri vincerà subito la Coppa Uefa, poi di nuovo il campionato e nel 1996, contro l’Ajax, arriverà anche la Coppa dei Campioni, che intanto ha cambiato nome in Champions League. Vialli, da capitano, festeggia insieme a un giovanissimo Alessandro Del Piero quello che ancora oggi è l’ultimo trionfo europeo dei bianconeri. Ha vinto tutto, ma non l’ha fatto con suo fratello, rimasto alla Sampdoria, dove non riuscirà a replicare i successi degli anni d’oro.

Dopo la Juve, Vialli ritiene di non aver più nulla da chiedere al calcio italiano e si trasferisce da svincolato al Chelsea, il club degli italiani di Inghilterra, dove militano anche Gianfranco Zola e Roberto Di Matteo (che nel 2012 con i Blues vincerà una Champions da allenatore). Oltremanica Vialli vincerà la Fa Cup e un’altra Coppa delle Coppe, guidando i londinesi anche in veste di allenatore-giocatore per la stagione 1998-1999. Alla fine di quel campionato appende gli scarpini al chiodo e continua ad allenare. La carriera da manager non sarà fortunata come quella in campo. Dopo le brevi avventure inglesi con Chelsea e Watford si darà al ruolo da dirigente, che nel 2019 lo riporterà a fianco del suo gemello Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale.

La conclusione della favola

11 luglio 2021. Finale dell’Europeo rimandato di un anno per la pandemia di Covid-19 che ha travolto il mondo intero. Di nuovo Wembley. Di nuovo quel campo sui cui 29 anni prima Vialli e Mancini avevano visto svanire il sogno più grande appena prima di raggiungerlo. I gemelli della Samp sono di nuovo fianco a fianco, non più sul campo ma in panchina. L’avversario è l’Inghilterra, sospinta da 60mila tifosi che urlano convinti “It’s coming home” – “sta tornando a casa” – sicuri che dopo 55 anni dalla vittoria del mondiale 1966 sia di nuovo il loro momento. Ma non hanno fatto i conti con i guantoni di Gianluigi Donnarumma, che para l’ultimo, decisivo rigore a Bukayo Saka. Dopo la tragedia (sportiva) della mancata qualificazione ai mondiali 2018 l’Italia torna sul tetto d’Europa e mentre i giocatori in campo corrono verso il portierone del Milan, Vialli corre in un’altra direzione. Corre ad abbracciare suo fratello Roberto Mancini e in quell’abbraccio ci sono tutte le gioie condivise in una carriera intera, la paura per quella malattia affrontata sempre a testa alta e il senso di riscatto di chi si è ripreso ciò che in quello stadio gli era stato tolto. Ed è così che vogliamo ricordarlo. Braccia aperte, col sorriso, che urla a squarciagola.