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Esclusiva

Gennaio 17 2023.
 
Ultimo aggiornamento: Gennaio 22 2023
«Oggi l’arte o è impegnata o è decorazione»

«Arte e attivismo nello stesso concetto»: parla l’artista-attivista Cristina Donati Meyer

«L’artivismo è sapersi gettare nella mischia a mani nude e non restare rintanati in una polverosa torre d’avorio, fatta di cromatismi ed estetica onirica e edulcorata». L’artista-attivista Cristina Donati Meyer, occhi chiari che spuntano da sotto la frangia, vive e lavora a Milano, dove ha realizzato la maggior parte delle sue opere. La streetartist utilizza l’arte come mezzo di protesta, di riflessione e di espressione critica. Da qui viene il termine “artivismo” da lei coniato, «arte e attivismo nello stesso concetto».

«Oggi l'arte o è impegnata o è decorazione»
Diamo un taglio alla repressione

L’immagine delle mani di donna che tagliano la barba di Khamenei, la guida suprema dell’Iran, affissa al Consolato della Repubblica Islamica dell’Iran qualche giorno dopo l’inizio delle proteste per l’uccisione di Mahsa Amini. Per il centenario della marcia su Roma appare un’affissione sotto un ponte ai navigli di Milano dal titolo “1922-2022 – Marcia su Roma 4.0” in cui è raffigurato tutto il nuovo governo appena eletto con al centro Giorgia Meloni. 

«Oggi l'arte o è impegnata o è decorazione»
1922-2022 Marcia su Roma 4.0

Tra le opere maggiormente provocatorie c’è quella che ritrae dei bambini Rom con incise sulle braccia delle cifre come se fossero prigionieri di un campo di concentramento, esposta sul portone della sede della Lega Nord. All’epoca Salvini era Ministro degli Interni e chiese il “censimento etnico” di Rom e Sinti. Un’altra è l’installazione creata al Parco Indro Montanelli in cui una bambola che raffigura una bambina eritrea è stata adagiata sulla statua dello storico e giornalista italiano, in ricordo della colonizzazione italiana nel Corno d’Africa. Infatti, Montanelli aveva una sposa eritrea giovanissima.

«Oggi l'arte o è impegnata o è decorazione»
Il vecchio e la bambina

Ogni opera di Cristina ha un contenuto di denuncia sociale, in cui vengono trattati diversi temi come l’immigrazione, il razzismo, l’ambiente, la violenza sulle donne. Sono numerose le tecniche che utilizza per mandare messaggi attraverso la sua arte: non solo i classici strumenti della street art come graffiti e stencil, ma anche affissioni, performance e installazioni. La forza delle sue opere sta in primo luogo nel toccare tematiche importanti, creando un forte impatto emotivo.

«Molti, troppi artisti, anche di street art, sono ancorati ad un concetto chiuso, intimista e autoreferenziale dell’arte. Oggi chi non si schiera è un pavido». Per l’artista milanese i temi toccati dalle sue opere non sono una vera e propria scelta ma quasi un’urgenza. Un’arte, quella di Cristina, che ha delle ispirazioni e dei modelli: un misto tra l’intimismo sociale di Frida Khalo e l’impegno politico esplicito di Banksy.

«Oggi l'arte o è impegnata o è decorazione»
AcCOPpa il pianeta 26

Come detto, per Cristina fare arte all’inizio è stata una vera e propria necessità, «una sorta di rito salvifico, intimo e introspettivo. I colori rappresentavano il mio supporto psicologico». Soltanto con gli anni è potuta uscire da un’arte più intimista e aprirsi al mondo, con i suoi drammi. Le ingiustizie sociali e ambientali, il trattamento disumano riservato ai migranti, la violenza contro le donne sono diventate questioni contro cui lottare, contro cui «urlare». 

«Le mie armi sono solo colori, pennelli e me stessa. Per quel poco che può contare e servire sono fiera di fare la mia piccola parte, anche per risvegliare le menti intorpidite dalla propaganda di regime. Io sono fortunata perché vivo ancora in un sistema democratico. In molti paesi, per molto meno, le artiste sono rapite, torturate, violentate o uccise».

«Oggi l'arte o è impegnata o è decorazione»
Non sante ma…donne!

“Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe” scriveva Albert Camus. È questa frase che l’artivista sente come propria: una forma espressiva che non può essere racchiusa in una tela, ingabbiata in un quadro. Lei sente la necessità di un’arte che sia dissacrante, innovativa, rivoluzionaria e impegnata. 

«Io credo che l’arte debba essere un tutt’uno con la vita, debba necessariamente immergersi nella realtà. Soprattutto in un momento storico come questo gli artisti devono insorgere e aiutare a riflettere. L’arte deve offrire agli spettatori spunti di riflessione. Deve comunicare, provocare, costringere la gente ad usare la coscienza e il cervello». 

«Oggi l'arte o è impegnata o è decorazione»
Gli invisibili

È proprio per questo che l’artista milanese cerca, attraverso le sue opere, di far passare messaggi di lotta alla prevaricazione, al potere che schiaccia il più debole, al patriarcato. 

I concetti che traspaiono dal suo lavoro sono sempre forti e partigiani, messaggi che dimostrano uno schieramento e che proprio per questo possono assumere impopolarità.

Così come è successo anche a Cristina. «Schierarsi, ad esempio, a favore di un trattamento umano e civile dei migranti, oggi in Italia è sempre meno popolare, perché nella gente la cultura dell’odio è ormai stata sdoganata. Questo significa che un’artista che affronta questi temi non sarà popolare, venderà pochissime opere e sarà minacciata, come è accaduto a me».

«Oggi l'arte o è impegnata o è decorazione»
Gli Umarell dell’Afghanistan

Del consenso degli altri, però, poco importa a questa artivista, che continuerà a utilizzare i suoi pennelli e la sua creatività per denunciare le ingiustizie e lottare contro i soprusi. «Oggi l’arte o è “impegnata” oppure risulta mera decorazione».

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