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Esclusiva

Gennaio 30 2023
In fuga verso la libertà: la storia di Arifa e Habiba

Habiba e Arifa sono fuggite dall’Afghanistan lo scorso maggio. Ricordi e pensieri riempiono la loro nuova vita a Roma

Un post-it rosa con la scritta rossa “say no to”. Sotto un elenco di due punti: “parties” e “boys”. Habiba, l’autrice del bigliettino, ha ventuno anni e gesticola molto per essere in Italia da sette mesi. A marzo era stata accettata all’università di Kabul, a maggio è dovuta scappare dal Daykundi, in Afghanistan, dove i villaggi nascono ai piedi delle montagne. Oggi divide una stanza nel quartiere Prati di Roma con Arifa, diciannove anni e il fiato corto quanto il caschetto che le incorona la testa.

Sono scappate insieme ad altre come loro. Un gruppo di ragazze, prive di un «guardiano maschio» – come lo chiama Habiba –, che fugge dai talebani, perché colpevoli di aver studiato e fatto sport. Attività che mettevano in pericolo anche le loro famiglie, salutate in fretta e furia una mattina di primavera. Prima di essere accolte nel nostro Paese, trovano rifugio per due mesi in Pakistan, a Islamabad, e a luglio entrano in Italia, grazie al corridoio umanitario che la Federazione delle chiese evangeliche italiane (FCEI) ha creato insieme al governo.

In valigia dei vestiti, una bandiera e un caschetto da ciclista. «Siamo qui, perché vogliamo essere libere. Ma vorrei essere a casa mia, quando riusciremo finalmente a far sentire le nostre voci». Come in Iran, anche in Afghanistan le donne desiderano vivere senza l’oppressione di una società fondamentalista e patriarcale. Non vogliono essere costrette a fuggire per avere la possibilità di scrivere un post-it in cui riferirsi a feste e ragazzi.

Islamabad, Pakistan

Per 24 ore Habiba aspetta chiusa in casa con la valigia già pronta. Qualcuno verrà a prenderla, aspetta solo una telefonata. Daykundi, Kabul, Islamabad: sono queste le tappe del viaggio, nel mezzo vari checkpoint. «Prima del ritorno dei talebani (15 agosto 2021) andavo a scuola, facevo ciclismo e altre attività extrascolastiche. Ho dovuto smettere perché la mia vita era già in pericolo solo per aver fatto queste cose. Non ero più al sicuro in Afghanistan». La telefonata arriva in un momento in cui nella casa di famiglia c’è solo la madre. Fratelli e sorelle sono usciti, un giorno, forse, li rivedrà. «Penso ancora a quella mattina e mi rattrista molto».

Il passaggio del confine ha rappresentato il momento più difficile per Arifa. Il brivido costante dell’essere scoperte e il telefono che non smetteva mai di squillare. I talebani di guarnigione nella sua provincia la chiamavano per dirle che sapevano il suo nome ed erano al corrente delle attività che aveva svolto. «L’ultima volta che ho visto l’Afghanistan ho pensato a tutto ciò che poteva capitare durante il viaggio. Potevano ucciderci e farci delle cose terribili – spiega Arifa – È stato un incubo».

Nella capitale del Pakistan passano due mesi. Sono salve, ma non fanno altro che pensare a quando riusciranno ad arrivare in Europa. Gli ingranaggi della solidarietà italiana, ancora una volta, sono ben oliati e come successo per i profughi ucraini e per altri giovani provenienti dall’Afghanistan, le ragazze trovano un rifugio in Italia, a L’Aquila. Qualche settimana dopo il loro arrivo la prima grande emozione: due nuove biciclette con cui sfrecciare per le strade dell’Abruzzo.

Roma, Italia

Il colore predominante dell’appartamento in zona Prati è il bianco. Pareti, arredi, anche la chiesa che domina la vista dalla terrazza è di colore avorio. Le due ragazze sghignazzano, indossano medaglie di vecchie gare e sbloccano lo smartphone per mostrare foto di una tipica cena afghana preparata a Roma. La stanza è tappezzata di altri post-it, stavolta di colore giallo. Sono appesi davanti alla sedia della scrivania. Sono traduzioni di parole italiane: «Speriamo di imparare la lingua il prima possibile, anche perché in Italia non sono in molti a parlare bene l’inglese» ridacchia Habiba.

Qual è il loro sogno in questa seconda vita italiana? Arifa vuole andare all’università e gareggiare al Giro d’Italia, Habiba pensa a come aiutare le donne del suo Paese. È convinta che i talebani abbiano, in realtà, paura di loro, perché «se studiassimo o ci dedicassimo ad altre attività potremmo fare una rivoluzione che metterebbe fine al loro regime». Le prime proteste per la chiusura delle università alle donne sono scoppiate un mese fa, subito dopo l’introduzione del divieto deciso dai talebani. Una scintilla che, nonostante i 6000 kilometri di distanza, ha riempito di gioia il cuore di Habiba.