Troppe notifiche, troppe email, troppi messaggi su WhatsApp, e la sensazione che il tempo non basti mai”. Per Beatrice Lomaglio, presidente dell’Associazione italiana formatori, è questo uno dei problemi centrali del nostro tempo.
Durante un incontro dedicato al sovraccarico informativo, Lomaglio chiede alla sala di ripensare alla mattina, prima ancora della colazione: «Quanti di voi avevano già aperto WhatsApp, Facebook o Instagram? Alla domanda quasi tutti rispondono alzando la mano. «In quel momento quante informazioni avevate già ricevuto e dovuto elaborare?», osserva. Il punto, spiega, è che il rapporto con le notizie e con i contenuti digitali si è rovesciato: «In passato il problema era avere accesso all’informazione, pensiamo per esempio all’importanza delle biblioteche. Oggi il problema è sopravvivere all’informazione. Siamo travolti dalle notifiche, potremmo dire oppressi da questo carico mentale».
I contenuti sono molti, spesso privi di filtri e di gerarchie, e per molte persone diventa difficile gestire l’eccesso di stimoli. «Si tende a entrare in uno stato di attivazione cronica che aumenta l’ansia», racconta Alessandra Janoušek, presidente dell’Associazione professional organizers Italia. A Zeta Luiss spiega che «i giovani sono i più vulnerabili perché spesso non hanno consapevolezza del problema e non hanno gli strumenti per affrontarlo. L’unica cosa che possono fare insegnanti e genitori è concordare delle regole e parlarne, così da far capire quali sono i pericoli».
Secondo Janoušek, il sovraccarico informativo e la povertà di tempo hanno anche effetti concreti sul benessere: «La percezione di non avere tempo causa distrazione, errori, stress e sintomi fisici come l’insonnia». Il fenomeno, aggiunge, si manifesta soprattutto tra i più giovani perché passa attraverso gli strumenti digitali che invadono la vita privata e moltiplicano la complessità quotidiana.

A questo disagio sono stati dati nomi diversi: infobulimia, infodemia, iperconnessione, tecnostress. Janoušek osserva che «è difficile definirla perché è ancora qualcosa di nuovo». Il termine infobulimia compare tra i Neologismi 2025 di Treccani, che lo definisce come una quantità sovrabbondante di informazioni capace di produrre sovraccarico cognitivo, confusione e frustrazione. «L’ingresso nel dizionario è una conquista perché indica una maggiore consapevolezza del problema. Quando dai un nome alle cose, puoi cominciare a gestirle e a cercare delle soluzioni».
La questione, per Janoušek, riguarda la sostenibilità della vita quotidiana. «Bisogna allocare le nostre risorse scarse, tempo, spazio ed energie cognitive, in modo da non rimanere a secco». L’affaticamento e il calo delle capacità, spiega, possono essere contenuti ricostruendo priorità, filtri e confini: «Bisogna educare a un senso di controllo».
Tra gli strumenti indicati c’è anzitutto l’organizzazione dei ritmi. Ricevere una formazione specifica sulla gestione del tempo, osserva Janoušek citando la letteratura sul tema, può rafforzare la percezione di controllo e ridurre ansia e affanno. Pianificazione settimanale e gerarchizzazione degli impegni aiutano anche a governare meglio il flusso di informazioni.
C’è poi una misura più radicale: l’unlearning, cioè l’impegno a lasciar andare le informazioni obsolete o non utili, quelle che assorbono attenzione senza produrre valore. «Dobbiamo toglierle per liberare spazio». Insieme all’organizzazione dei ritmi e alla capacità di riconoscere i limiti cognitivi, è una delle strategie con cui provare a rendere più sostenibile il rapporto quotidiano con le informazioni.








