Giorgia Meloni: «Entro l’estate legge per far ripartire produzione nucleare»

Al Senato botta e risposta con l’opposizione: apertura a Calenda, duello con Renzi

L’Italia torna al nucleare. Al Senato si è tenuto il premier-time, un confronto serrato tra maggioranza e opposizione; Giorgia Meloni ha approfittato dell’occasione per annunciare, su input di Carlo Calenda, una legge entro l’estate.

Questo formato parlamentare è stato importato dal Regno Unito. Prevede domande brevi e risposte secche: in pratica, scambi veloci su temi di stretta attualità tra la Presidente del Consiglio e i parlamentari (uno per partito). Per i leader dell’opposizione è un’opportunità preziosa: possono sfidare la premier, puntare su argomenti spinosi, far leva sulle difficoltà e le divisioni all’interno della maggioranza.

Carlo Calenda ha scelto un altro registro. Il segretario di Azione accenna a dati economici negativi, come il «Pil che protende verso lo zero» o la «performance disastrosa per la produzione industriale», però quando si rivolge al capo del governo parla con tono conciliante. Il leader di Azione ha sempre rivendicato di interpretare il suo ruolo in maniera diversa rispetto alle altre forze politiche: un’opposizione costruttiva, orientata al bene del Paese e non – è il leitmotiv dell’intervento – all’interesse di partito. Incassa i complimenti di Meloni, che gli riconosce di «aver tentato, nei momenti di difficoltà, su alcune grandi questioni […], di portare il proprio contributo e le proprie proposte». La Presidente annuncia una legge delega entro l’estate per approntare «il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare in Italia», un tema su cui il governo e Azione potrebbero trovare un punto di contatto.

Apre alla proposta di Calenda di formare una cabina di regia con tutti i partiti, per misurarsi con la crisi energetica. Tuttavia, puntualizza che i recenti tentativi di dialogo sono naufragati a causa dell’opposizione: «Se le posizioni oggi fossero diverse, le mie porte sarebbero ancora aperte». Calenda rilancia, diventa ancora più esplicito: «Dobbiamo sforzarci di farlo diventare un portone». Attraverso il botta e risposta delineano i contorni di una collaborazione più stretta, che potrebbe assumere diverse forme: dalla convergenza parlamentare su dossier condivisi all’ipotesi di un rimpasto ministeriale, con Azione che entra nella coalizione. Ma per ora a Meloni i numeri per governare non mancano ed è difficile immaginare, sul piano politico, una coabitazione tra il partito di Calenda e la Lega.

Quando il Presidente del Senato Ignazio La Russa fa il suo nome la maggioranza rumoreggia; Matteo Renzi non ha ancora cominciato a parlare. Durante il suo discorso l’aula si trasforma, diventa un’arena: «Mi scuserete se provo a fare politica. Io, signora Presidente del Consiglio, la ricordo all’inizio della legislatura e quella di oggi mi sembra una copia sbiadita». Molti parlamentari di Fratelli d’Italia balzano in piedi, strepitano contro l’ex premier. Il capogruppo Lucio Malan gestisce il traffico; con un cenno della mano, invita i suoi a mantenere la calma.

Ma Renzi alza i toni: «Mi sembra sotto botta, perché in politica avvengono degli atti: lei ha perso un referendum costituzionale e non si è dimessa». Nel clamore generale, che fa da sottofondo a tutta l’interrogazione, dai banchi della maggioranza qualcuno grida: «Dici sempre le stesse cose». La Russa è costretto ad intervenire, richiama l’aula all’ordine. Il leader di Italia Viva rincara la dose: «Lei è stata sedotta e abbandonata da Trump». Renzi punta alla gola, critica le figure che la destra colloca in posizioni di rilievo, «dallo sviluppo economico agli esteri». Su tutti, il Ministro della Cultura Alessandro Giuli: «Se c’è uno come lui al Governo è colpa sua [della premier], perché stava benissimo nel suo habitat naturale, nel bosco, a suonare il flauto col dio Pan». Tutti a ridere, persino qualche senatore della maggioranza. Giuli, seduto ai banchi dell’esecutivo, resta impassibile. Il capo di IV paragona il governo alla famiglia Addams: non è all’altezza delle sfide poste dal contesto geopolitico. Mentre è in corso la crisi mediorientale, si contorce in faide interne; manca le priorità, concentrando energie e risorse sulla legge elettorale.

Meloni non lo segue sullo stesso terreno, tiene i toni bassi, non alimenta l’escalation verbale. Si limita a una battuta: «La cosa interessante è che si invoca la presenza del Presidente del Consiglio in Aula praticamente ogni giorno per potersi confrontare sui temi della politica e ogni volta che si viene qui, al netto di accuse e insulti, c’è oggettivamente poco di cui parlare». Passa in rassegna i risultati dell’esecutivo sul piano economico, come a voler restare nel merito di tematiche più importanti, senza farsi trascinare in polemiche da buvette. Si tuffa nei fogli, legge un elenco di misure e riforme. Non ha la verve di sempre, inciampa sul termine family-friendly; sembra stanca e distaccata.

Quando Renzi riprende la parola c’è tempo anche per un battibecco con La Russa: «Cerco di interromperla il meno possibile per rispetto del suo intervento; lei non dovrebbe interrompere me che sto parlando, ma chi disturba». Ricorda che Meloni è obbligata dal regolamento del Senato a venire a riferire in aula, cita statistiche negative su salari reali e pressione fiscale, chiude con l’ennesima battuta velenosa: «Sì, vi ho paragonato alla famiglia Addams, ma gli unici che si potrebbero offendere sono Morticia e lo zio Fester». 

 Gli interventi degli esponenti della maggioranza (Romeo della Lega, Stefania Craxi di Forza Italia e, in conclusione, Lucio Malan di Fratelli d’Italia) distendono il clima e danno modo alla premier di insistere sui dossier economici: il “salario giusto”, la Zes unica e il sostegno al Mezzogiorno. Le grandi questioni geopolitiche come il rapporto con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump od Hormuz restano sullo sfondo. 

Dal lato opposto dell’emiciclo intervengono anche De Cristofaro (Alleanza Verdi-Sinistra Italiana) e Patuanelli (Movimento5Stelle), che centra le critiche su produzione industriale e crisi energetica. La polemica si avvita sul Superbonus, ma è un film già visto: Meloni accusa il M5s di aver svuotato le casse dello Stato, Patuanelli ricorda che la destra l’ha gestito e prorogato.

L’aula si ravviva quando arriva il turno di Francesco Boccia (Pd), capogruppo al Senato e braccio destro di Elly Schlein: «Presidente Meloni, da quanto tempo non fa la spesa non per ragioni di tempo, ma per ascoltare quello che accade in un supermercato? Da quanto tempo non prende un treno regionale nell’ora di punta»? Boccia si intesta il compito di rimettere in ordine «i numeri», perché le statistiche elencate dal capo del governo, spiega, vanno lette e interpretate in un altro modo: le cifre di Meloni raccontano un Paese che non esiste.   

La premier riprende vigore: «Sono andata a fare la spesa l’ultima volta al supermercato sabato scorso. Non rinuncio a stare in mezzo alla gente e non rinuncio a fare la mia vita normale, proprio perché questo mi aiuta a capire come stanno le cose». Due ore dopo la fine della seduta, sui social media di Meloni viene pubblicato proprio questo estratto del dibattito.

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