Esclusiva

17 Giugno 2020
«Politici incompetenti? Colpa di chi li vota». Incontro con Carlo Calenda

Meeting online fra il leader di Azione e gli studenti della Luiss organizzato da ASP e theWise. Al centro gli Stati Generali, la crisi economica, le riforme e il voto dei cittadini

«La politica è un grande Truman Show, in cui si vota il più simpatico quasi fosse X Factor». Questo il giudizio che Carlo Calenda dà della classe dirigente italiana agli studenti della Luiss Guido Carli, in un meeting organizzato dall’associazione studentesca ASP (Associazione Scienze Politiche) con il supporto della testata giornalistica theWise Magazine. Durante l’incontro online, il leader di Azione ed ex ministro dello Sviluppo Economico ha parlato della sua esperienza al dicastero e delle prospettive future per l’Italia nel dopo Covid-19.

Il nostro Francesco Stati ha partecipato all'incontro organizzato da ASP Roma (e da noi sponsorizzato) con Carlo Calenda. Ecco il video!

Geplaatst door theWise Magazine op Maandag 15 juni 2020

Che opportunità vede nel post-crisi? Come si sta comportando il governo nella Fase 3?

«L’opportunità è quella di acquisire consapevolezza di ciò che si deve fare e come farlo. Siamo un Paese che investe poco. A rallentare fortemente gli investimenti una burocrazia complessa e una giustizia lenta. La causa di questa condizione va ricondotta al rapporto fra italiani e politica. Se etimologicamente il termine “politica” indica “arte di governo”, o semplificando il “far accadere le cose”, trovo che in Italia questo rapporto fra il significato della politica e l’agire della politica sia venuto meno. Siamo circondati da protagonisti politici privi di esperienza professionale, e conseguentemente di governo: se non si è gestito nemmeno mai un bar, per esempio, non vedo come si possa essere in grado di amministrare un ministero. Se questo vale per ogni professione, per buonsenso, questo oggi non vale per la politica. Accade perché crediamo che la politica sia un qualcosa di diverso: non più l’arte di governare, ma l’arte di chi riesce a dare più eco ai nostri pensieri. 

Moltissimi politici di oggi non si presentano con un piano per attuare le cose, si limitano piuttosto a rimandarci indietro l’eco delle nostre preoccupazioni, ansie, paure. La misura della capacità di fare eco è diventato il metro di giudizio principale per saggiare le capacità di un buon politico, tant’è che i politici capaci di parlare alla “pancia” del Paese vengono giudicati come i più bravi. Il fatto che non abbiano né arte né parte scivola in secondo piano. 

Non si tratta secondo me di una dote della politica, quanto piuttosto di un comportamento discutibile della “pancia” del Paese. In qualsiasi ambito del quotidiano si cerca la competenza per risolvere i propri problemi: il bravo medico, il buon meccanico, il ristorante di qualità. Questo ragionamento, curiosamente, non vale per la politica. Nasce di contro un sentimento mutuato dalla tifoseria calcistica: “sono di destra, di sinistra, ci sono i fascisti, i comunisti”, senza dare un giudizio di valore. 

Questo ha portato il Paese a non misurarsi mai con il tema centrale di qualsiasi comunità di persone, un tema che in economia aziendale si definisce “implementazione”. Si tratta della capacità di sapere come costruire un’idea che nella pratica possa funzionare, partendo da zero, anche nota come il “foglio del come”. Questa è forse la lacuna più grave che abbiamo. Quando sono andato al Ministero (dello sviluppo economico, ndr) i miei colleghi del privato mi hanno preso per pazzo, dicendomi che non sarei riuscito a fare nulla. Li ho smentiti: ho attuato tutto quello che ritenevo giusto fare, giusto o sbagliato che fosse, non spetta a me dirlo. 

Ho cercato di improntare il mio lavoro come si fa in azienda, cioè stando in ufficio, verificando processi e risultati, consultando gli stakeholder. Questo approccio oggi manca: se non usciamo da questa crisi con la consapevolezza che le categorie “da stadio” servono solo a iniettare la morfina alla popolazione, per non far capire al Paese che chi lo governa è mediamente incapace, questa crisi non sarà servita a nulla». 

«Politici incompetenti? Colpa di chi li vota». Incontro con Carlo Calenda
I ministri durante una pausa della prima giornata gli stati generali nei giardini di Villa Pamphili a Roma, 13 giugno 2020. Photo credits: ANSA/CLAUDIO PERI – MASSIMO PERCOSSI

Cosa pensa degli Stati Generali?

«Mi sembrano un teatrino, un rumore di fondo per evadere il già citato “foglio del come”. Si sa perfettamente come sbloccare le garanzie alle imprese: si deve dare una manleva ai direttori di banca per evitare che abbiano paura di essere portati in giudizio se l’impresa a cui prestano soldi ha un problema finanziario. Perché non si fa? Perché i 5 stelle non vogliono, e non servono gli Stati Generali per certificarlo. Si sa benissimo che SACE non è in grado di erogare le garanzie in tempo, quindi si deve spostare questa competenza altrove. Perché non si fa? Perché SACE è un presidio di potere. 

Non si può uscire da un evento del genere con frasi puerili come “il futuro dell’Italia sono il green e La Grande Bellezza”. Finché le persone serie di questo Paese non romperanno questo schema e sceglieranno di mettere davanti al colore politico le competenze e la serietà rimarremo bloccati nella guerra del rumore e degli echi». 

Quali riforme strutturali dovrebbero avere la priorità?

«Nessuna. L’unica riforma da fare è migliorare la gestione delle risorse. Si sente dire di continuo che le cose in Italia non si possono fare per ragioni burocratiche. La verità è che nessuno presidia la burocrazia: i ministri non partecipano quasi mai alle riunioni con i propri direttori generali, questo perché a gestire i dicasteri sono i capi di gabinetto. Si tratta di persone con una expertise legale, non manageriale. Nessuno quindi segue realmente i processi né ne rileva i problemi. Su questo si deve intervenire: sulla cura della gestione

Chiaramente esistono altre riforme molto importanti da fare, una su tutte quella della scuola. Siamo il Paese europeo più ignorante, e questa lacuna parte dalla scuola primaria e arriva fino alla secondaria. L’assenza del tempo pieno, specie al Sud Italia, non fa che peggiorare la situazione, perché le famiglie non riescono a stare dietro ai figli e questo limita fortemente la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Gestire il Paese è molto più importante che parlare di riforme di continuo, sembra quasi di essere malati di “riformite”. 

Nei miei anni al MISE, seguendo un principio aziendale, mi studiai il bilancio ministeriale per comprendere dove fossero fisicamente allocate le risorse. Con l’aiuto di Enrico Bondi, dopo sei mesi ero riuscito a mappare i fondi, individuando circa 10 miliardi e mezzo di euro non spesi. Sapete cos’erano? Immaginateli come delle “conferenze stampa”. 

Mi spiego: quando Di Maio o Patuanelli, per citare due miei omologhi, si presentano in conferenza stampa per annunciare la creazione di un nuovo fondo, questo viene lanciato. Dopodiché il ministro non se ne cura più: il suo risultato politico lo ha raggiunto. Nel mentre, le procedure per erogare quei fondi spesso si inceppano: costruirle richiede 2-3 anni, fra decreti attuativi, verifiche della ragioneria dello Stato e simili. Dopo cinque anni, il fondo viene costituito ma non ha erogato neanche un’operazione. Ecco i 10 miliardi e mezzo, stratificati di conferenza stampa in conferenza stampa.

Ho cancellato i fondi, dove possibile, e ho convogliato le risorse nel piano “Industria 4.0”, che trasformava gli incentivi a bando in quelli fiscali, puntando esclusivamente sul digitale, azzerando le procedure. Nei due anni di durata del piano, la crescita degli investimenti italiani ha superato quella tedesca. Confindustria ha stimato il risultato in un +30% degli investimenti. È bastato semplificare».

«Politici incompetenti? Colpa di chi li vota». Incontro con Carlo Calenda
Calenda ai tempi del Ministero dello Sviluppo Economico

Cosa intende quando parla di “implementazione”

«Nessuna buona idea ha alcun valore se non è implementabile. Quando arrivai da giovane in Ferrari, ogni volta che portavo un’idea al mio capo questi mi rispondeva: “Non sono interessato a conoscerla se accanto a questa non metti il foglio del come, cioè come si implementa, quanto costa e che contro ha”. Ogni idea, ogni provvedimento governativo ha dei pro e dei contro: chi racconta che un’azione è sempre e solo positiva sta mentendo. Nulla ha solo pro.

Ogni idea ha dei processi di implementazione, dei costi, degli indicatori sul suo andamento. Nel mio percorso al MISE ho attuato esattamente questo processo: ho sempre accompagnato a ogni mia azione degli obiettivi quantitativi, che sono fisicamente misurabili. Al termine del periodo di vita di ogni iniziativa ho stilato una lista di obiettivi raggiunti e obiettivi non raggiunti. Questo è il modo in cui il governo di un Paese serio lavora, un approccio che a mio avviso risolverebbe la maggior parte dei problemi senza fare qualsiasi riforma». 

La crisi del Paese è colpa della politica?

«No. La colpa è dei cittadini. In nessun Paese al mondo Luigi Di Maio sarebbe Ministro degli Esteri, ma non è che Di Maio si è svegliato una mattina ed è arrivato alla Farnesina. Lo abbiamo votato noi. Non possiamo ogni volta costruirci un alibi, ripetendo a noi stessi: “I politici sono incompetenti”. I politici sono incompetenti perché noi votiamo politici incompetenti. È inutile cercare vie di fuga. 

Si sceglie un politico sulla base di una serie di proclami vaghi: quando una persona lo ascolta, si dice “questa/o dice le stesse cose che dico io!”, non controlla se al proclama si accompagni una soluzione ai problemi, non controlla se ha le competenze per risolvere quei problemi. Si limita a votarla/o. Una volta al governo, le cose puntualmente vanno male. Dopo pochi anni, il politico è usurato dal fatto che non ha mantenuto alcuna promessa. La persona che lo ha votato, invece di chiedersi: “Cosa ho sbagliato?”, dice: “Ma quanto fa schifo questo che ho votato”, e ricomincia il processo da capo. 

O riusciamo a fermare questo iter, capendo che la responsabilità del nostro voto ci appartiene, o nulla si risolverà. Questo perché nella democrazia la rappresentanza viene sempre prima della competenza: nella democrazia si postula il fatto che le persone che votano riflettendo sui propri interessi indichino una certa persona, e anche se questa ha meno competenze di un’altra questa è legittimata dal voto popolare. A farlo, in poche parole, è il suo legame con il corpo elettorale e le istituzioni. Questo processo funziona solo se il voto è consapevole, e cioè se si applicano al voto i principi della fiducia e della competenza, come facciamo nella nostra vita privata. 

Il problema non è quindi la competenza dei politici che sono al governo, ma l’incapacità dei lettori di ragionare sulla politica come se lo Stato fosse una cosa loro. Sono sicuro che nessuno avrebbe dato i propri soldi in gestione a Di Maio, ma quelli dello Stato gli vengono dati perché chi lo vota non li vede come propri. Quando mi si chiede sui social “perché abbiamo politici così incompetenti”, rispondo: “La domanda è mal posta. Perché abbiamo elettori che votano politici così incompetenti?”».

«Politici incompetenti? Colpa di chi li vota». Incontro con Carlo Calenda

Il ministro Di Maio ha spostato le competenze sul commercio estero dal MISE al MAECI. C’è una strategia dietro questa scelta?

«Si è creata solo confusione. Lo spostamento di una competenza simile è complicatissimo, piena di decreti da fare, ma c’è un problema ancora più grave. Il Ministero dello Sviluppo Economico è fortemente collegato con le imprese: questo spostamento potrebbe compromettere gravemente la promozione commerciale delle aziende italiane verso l’estero. È un’operazione che va fatta da persone competenti e con grande esperienza in materia, e uno spostamento privo di fondamento da un ministero all’altro non giova di certo a un meccanismo così complesso. 

Il tessuto produttivo italiano è composto prevalentemente da imprese piccole e medie che non riescono a inserirsi nelle grandi catene commerciali. Questo perché, data la loro dimensione, non hanno potere contrattuale, sono sconosciute, e questo vale soprattutto per Paesi chiave per il nostro export come gli Usa, nel cui entroterra siamo in difficoltà. Si era cercato di dare incentivi a queste catene di distribuzione per inserire al loro interno i nostri prodotti, portando i buyer in Italia e organizzando incontro con le nostre PMI. Questa strategia ci aveva portato davanti alla Germania nella crescita dell’export nel 2017. Si tratta di un lavoro che richiede competenze manageriali, competenze che richiedono tempo ed esperienza. 

Alla luce di ciò, viene da chiedersi: “Qual è il grado di arroganza intellettuale di un individuo che come unica professione ha venduto bibite allo stadio che non solo è Ministro degli Esteri senza sapere una parola di inglese, ma vuole per un suo vezzo personale anche il commercio estero?” Per le bizze di un ragazzino noi lo lasciamo giocare con delle competenze cruciali, sradicandole dal MISE senza una ragione valida. In un Paese normale gli verrebbe impedito, e mi riferisco anche ai miei ex amici del PD, che non hanno detto una parola a riguardo. Dovremmo indignarci soprattutto per la mancanza di serietà, di etica del lavoro, di preparazione. Un Paese che non si ribella profondamente a questo può sopravvivere?».