L’utopia socialista che si evolve

Al Pitigliani l’evento sulla nascita e la trasformazione dei kibbutz in Israele

Camminando per Trastevere, lo storico rione di Roma, è possibile ammirare l’Arco De’ Tolomei, uno degli elementi architettonici più caratteristici del quartiere. Nella via omonima, al primo civico, si trova il Pitigliani, il Centro Ebraico italiano, dove il 26 maggio si è tenuto l’evento Il kibbutz: realizzazione ed evoluzione di un’utopia

Il kibbutz è un sistema socio-politico basato su principi socialisti ed egualitari, piccoli “villaggi” in cui i mezzi di produzione, i beni e le strutture sono messi in comune, perseguendo un ideale di vita condivisa. «Queste realtà, nate insieme alla fondazione di Tel Aviv, rappresentano una delle due anime del sionismo, quella rivoluzionaria, che vuole forgiare l’uomo nuovo», spiega Luciano Assin, guida turistica nello Stato ebraico, evidenziando come «la storia di Israele è sempre stata segnata da queste due vie parallele, socialista e borghese». Non a caso, negli anni ‘50 del secolo scorso, in piena Guerra Fredda, lo Stato ebraico doveva scegliere da che parte stare e i kibbutzim hanno adottato per lo più la linea sovietica: «Nelle sale da pranzo comuni erano presenti anche gigantografie di Stalin», dice la guida «e i filo occidentali mangiavano separati da quelli filo-comunisti».

Locandina dell’evento

Oltre alla guida, sono intervenuti Angelica Calò, educatrice romana che vive dal 1975 nel kibbutz Sasa, nel nord di Israele, Yehuda Livne, responsabile della sicurezza di queste realtà comunitarie, e Massimo Giuliani, docente all’Università di Trento, con Ruben Della Rocca, il vicepresidente della Comunità Ebraica di Roma, a moderare il dialogo.

«Nella tradizione ebraica il lavoro è un vero e proprio valore, da intendere come strumento di giustizia distributiva.Il kibbutz è un’incarnazione di ciò», spiega il professore. La spinta ideologica che è alla base del movimento comunitario ha perso la propria forza attrattiva a partire dagli anni ‘70 e ‘80, con l’avvento delle destre al governo nel 1977 e l’iperinflazione circa al 130%. Moltissimi dei kibbutz classici sono stati privatizzati per fronteggiare la crisi economica, introducendo salari differenziati e aprendosi al mercato. Ad oggi, è possibile anche prenotare stanze nei kibbutzim attraverso piattaforme come Booking.com, la stessa azienda che è stata accusata di fare profitti dagli insediamenti illegali dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, secondo un report di Elsc (European Legal Support Center).

Tornando all’origine del movimento kibbutzim, Giuliani avverte: «Tendiamo a dimenticare cos’è stato il socialismo per gli ebrei a fine ‘800. Nel 1897 viene fondato il Bund [Federazione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia, n.d.r], nello stesso anno del più famoso Primo congresso sionista. Ma le masse ebraiche erano per il Bund, mentre i sionisti erano in minoranza: il socialismo è il valore che il popolo ebraico abbracciava in contesti in cui era discriminato, era la chiave di emancipazione. Erano socialisti che volevano rimanere ebrei pur abbracciando il movimento operaio». Nella storia del ‘900 è il progetto sionista ad aver vinto sul Bund, che rifiutava l’idea della formazione di uno Stato ebraico e condivideva le posizioni marxiste internazionaliste, totalmente opposte alle stesse logiche della formazione di Israele. 

Ad oggi, Assin spiega che «esistono 275 kibbutzim, di cui 14 religiosi, con circa 200.00 abitanti complessivi, che è il 2% della popolazione del Paese. Producono più del 50% del fabbisogno agricolo e contribuiscono per l’8% al settore industriale, anche se si trovano in zone periferiche».

L’utopia socialista della condivisione del lavoro e di una vita semplice e vicina alla terra sembra però non riuscire più a rappresentare una vero fattore per la maggior parte dei kibbutzim esistenti. Un sogno che si è senza dubbio realizzato nel corso della storia del ‘900, ma che ha ormai perso la sua spinta idealistica originaria. 

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