Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Un romanzo in cui le parole non sono ornamento letterario, ma strumento di sopravvivenza quotidiana

I libri sulla nevrosi ci hanno rotto le scatole. Da La coscienza di Zeno a La vegetariana, da Il sosia a Il mio anno di riposo e oblio, ogni latitudine ci ha restituito storie di uomini e donne che sragionano, delirano o farneticano. C’è chi dice che l’arte si nutra della follia del suo creatore, e che per essere grandi artisti bisogna, a proprio modo, staccarsi dalla realtà. Ma se allo scrittore la follia la condoniamo come vezzo artistico, alla persona comune no: dei matti non ci fidiamo. Alcide Pierantozzi con il suo Lo sbilico (Einaudi, 2025) ha provato a confutare questo paradigma, rendendo umano il folle e vulnerabile l’artista, e accompagnando il lettore nella propria discesa agli inferi.

«In questa storia in cui nulla è inventato, anche a costo di fare schifo, adesso provvedo alla menzognificazione di un solo punto». Pierantozzi racconta la storia di un uomo di quarant’anni e del suo sbilico, uno stato di ottundimento perenne che solo l’assunzione di decine di pillole può scacciare. Stabilizzatori dell’umore, antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici che gli concedono di vivere «un passetto alla volta, una riga alla volta, un’ora alla volta». 

Dopo l’episodio di crisi acuta che l’ha costretto alla ritirata da Milano verso la casa di famiglia in Abruzzo, Alcide vive una vita monotona, ripetitiva e di fatto vuota. La palestra per scaricare l’adrenalina, i viaggi in macchina col padre che non ha mai riconosciuto la malattia del figlio, e il rapporto sfacciatamente edipico con la madre, con cui dorme e che costringe a ispezionargli il membro e altre parti del corpo ogni qualvolta l’ipocondria lo convince di avere un tumore. E una presenza che li accompagna: il gemello nato morto per una malformazione congenita, «una cosina sulla mano», che diventa per Alcide memoria da ricucire, come è stato ricucito il corpo del bambino dopo l’autopsia; e condanna materna verso un figlio che avrebbe potuto sopravvivere ma che il fratello vivo ha fagocitato.

Nel rimettere assieme i ricordi, manca sempre qualcosa. «Le mie mani non hanno davvero a che fare con la cruna dell’ago, ma trescano con le parole che arrivano in testa». L’Asperger e il bipolarismo hanno privato il protagonista dei punti di riferimento. Alcide non ha un’euristica o un sistema decisionale saldo, né le scorciatoie cognitive che ogni mattina innescano la catena delle azioni, dei pensieri e delle parole automatiche. Lo stato di ottundimento erode ogni cosa, costringendolo a «coniugare tutti i verbi all’infinito» perché non c’è passato, presente o futuro che tenga. 

La quotidianità si gioca tutta sulla sopravvivenza e sulla continua ricerca delle cose che si possono toccare e nominare. È la lingua a fare da ponte tra mondo interiore e realtà, sin da quando in tenera età un furgone che trasporta dizionari si rovescia su una soprelevata facendo piovere dal cielo parole. «Riconoscevo che ciascuna parola del dizionarietto voleva indicarmi qualcosa di preciso. Quando le ripetevo sentivo che mi facevano da filtro, mi tenevano alla giusta distanza emotiva dalle cose», e in un attimo l’affollamento di voci che ronzano nella testa si ordina. Nel romanzo ci sono oltre 13.000 parole uniche in 67.000 totali, un rapporto molto alto rispetto alla media letteraria: dove la vita manca di riferimenti, la scrittura diventa una griglia di precisione, in cui ogni sinonimo, termine medico o neologismo è un punto di ancoraggio. 

Candidato al Premio Strega 2026 alla scrittrice Donatella Di Pietrantonio, Lo sbilico non è un libro sulla nevrosi, ma il racconto della sua tenuta. «La scrittura, per me, non è un progetto di salvezza», il romanzo non celebra lo scrittore folle, né il folle scrittore; ma mostra un uomo che usa la scrittura come chi usa un bastone: per non cadere.

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter