Il disco più bello dei The Smiths compie quarant’anni. Quello che tiene insieme tutte le contraddizioni della band senza risolverle e racconta meglio chi sono stati i quattro artisti inglesi.
Nel tempo, ogni membro del gruppo si è espresso e il parere è stato lo stesso: «Strangeways, Here We Come è il nostro miglior disco», hanno dichiarato Morrissey (detto Moz) e Johnny Marr, rispettivamente cantante e chitarrista. «È una delle pochissime cose su cui siamo tutti d’accordo», ha aggiunto il batterista Mike Joyce sull’album pubblicato nel 1987, l’unico della storia degli Smiths a contenere una canzone che non prevede parti di chitarra.
L’opinione è rispettabile e Strangeways, Here We Come è sicuramente il loro progetto più sperimentale. Ma c’è un altro album, capace di essere punk (senza esserlo davvero) e intimista allo stesso tempo. Esce quasi dieci anni dopo God Save the Queen dei Sex Pistols e fa sì che il rock torni ad attaccare la corona inglese, stavolta da un’altra prospettiva. Nella traccia che apre il disco, Moz immagina di essere dentro il palazzo reale e conversare con la regina Elisabetta II: «Ti conosco e non sai cantare», dice lei. «Questo è niente, dovresti sentire come suono il piano», risponde lui con il solito sarcasmo.

La rabbia contro le istituzioni, le melodie brillanti di Marr e i testi malinconici di Morrissey danno vita a un cortocircuito che porta il punk fuori dai suoi schemi. Una tensione che attraversa anche canzoni fragili ma potentissime, come I Know It’s Over. C’è un letto vuoto e una solitudine che non è nuova. Così, in preda alla disperazione, il protagonista si rivolge alla madre: «Riesco a sentire la terra che cade sulla mia testa».
Poi i pensieri suicidi, le assenze e una voce che chiede al cantante: «Se sei così divertente, perché sei da solo stanotte? / Se sei così bello, perché dormi da solo stanotte?». Anche se parlano d’amore, i testi sono lucidi e struggenti. Un giorno Morrissey ascolta Marr suonare un nuovo arrangiamento. I due si guardano senza fiatare: «Sembrava non osasse parlare, come se potesse rompersi l’incantesimo», ricorda il chitarrista. Stava nascendo una delle canzoni più note della band, There Is a Light That Never Goes Out.
Nel pezzo, Moz vuole uscire di casa e andare dove può trovare musica e gente. Si rivolge a qualcuno con cui fare un giro in macchina ma non ci dice chi, sappiamo solo cosa gli chiede: «Portami fuori stanotte / Portami in qualunque posto, non m’importa dove». Arrivati in un sottopassaggio, il desiderio cresce ma il pensiero della morte torna e il cantante raggiunge uno dei suoi apici creativi: «E se un bus a due piani ci investisse / Morire al tuo fianco sarebbe un modo veramente delizioso per morire».
Quarant’anni dopo non basta chiedersi se regga ancora come album (e la risposta è sì, regge benissimo), ma se Morrissey si sia tradito o sia sempre stato così. Ha indossato simboli del partito di estrema destra For Britain. Ha appoggiato il populista Nigel Farage e l’attivista anti-immigrazione Anne Marie Waters. Posizioni difficili da conciliare con l’immagine che, attraverso musica e testi, gli Smiths hanno costruito di loro stessi: come nel caso di Bigmouth Strikes Again, dove Moz si paragona a Giovanna D’Arco, l’eroina francese ribelle e indomabile, morta bruciata nel 1431.

L’attacco alla monarchia, visto a distanza di tutti questi anni e alla luce dei risvolti nella biografia del cantante, andrebbe forse riletto in chiave nazionalista, più che in quella strettamente punk: difesa della patria e identità britannica come patrimonio da salvare. Allo stesso modo, la solidarietà con le minoranze e tutti quei ragazzi con la spina nel fianco (come si definisce in The Boy with the Thorn in His Side) può essere declinata nei termini di un individualismo più esistenziale che sociale.
Oltre alle contraddizioni e alle interpretazioni che si possono fare sulla musica del quartetto di Manchester, resta il fatto che sono sempre stati dei “normali” in grado di rappresentare la working class con testi colti, sarcastici e mai gratuiti. Una lode alla vita di tutti i giorni, affrontata senza sconti né censure. E mai come in questo album, pubblicato il 16 giugno 1986, emergono i tratti contraddittori e al contempo armoniosi di una delle band simbolo degli anni Ottanta. Ecco perché, anche a distanza di quarant’anni, The Queen is Dead è il disco più bello dei The Smiths.








