«Presidente della Cei e Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, il cardinale Ruini ha servito la Chiesa con intelligenza, passione pastorale e profondo senso ecclesiale. Ha svolto il suo ministero con la consapevolezza che la fede non è mai estranea alla storia», le parole del cardinale Matteo Zuppi, capo dei vescovi italiani, in ricordo del suo predecessore Camillo Ruini.
Si è a lungo parlato di ruinismo, dal titolo di un saggio dello storico Enrico Gallavotti. Un’ultima comparsa di quest’ideologia l’avemmo qualche giorno dopo la morte di Papa Francesco. Nelle congregazioni generali si discuteva l’identikit del successore. A un certo punto prende la parola un uomo che aveva indossato la porpora per trentacinque anni, e tutti ad ascoltare: «Bisogna restituire la Chiesa ai cattolici». L’era Bergoglio, in cui dare la priorità alla salvezza dei non credenti, era finita. O così almeno aveva sancito Ruini, con poche parole. Bisognava rientrare tutti al sicuro all’interno delle mura. Niente più Chiesa che esce da sé stessa.
Camillo Ruini nasce a Sassuolo il 19 febbraio 1931. A ventitré anni diventa sacerdote e si mette ad insegnare prima filosofia, poi teologia tra Bologna e Reggio Emilia. Già vescovo nel 1983, fa tre anni dopo un primo passo nei palazzi della Conferenza episcopale italiana come segretario generale. Poi il 1991, con il consolidamento di Ruini nell’ambiente romano: Giovanni Paolo II lo nomina vicario della diocesi della capitale, poi cardinale, e infine lo mette a capo della Cei come presidente. Lo rinnoverà due volte, mantenendolo in carica fino al 2007.

“La verità ci farà liberi“
Per il cardinale Chiesa e politica non viaggiavano su binari paralleli. Per anni la Democrazia cristiana era bastata, se non a garantire un argine ai partiti laici (è nota la sfiducia maturata da Ruini verso la linea della mediazione con le parti socialiste e comuniste del parlamento, che per lui voleva dire laicizzazione), quantomeno a promuovere le istanze politiche dei vescovi italiani. Il crollo della Dc seguito a Tangentopoli consente la realizzazione piena del ruinismo. La Cei di Ruini sostituisce il defunto partito e il suo presidente si veste dei panni di segretario. Inizia così a manifestarsi nella figura di Ruini il simbolo dell’ingerenza negli affari della politica italiana (e laica) che spesso si rimprovera alla Chiesa cattolica. Un partito extra-parlamentare che combatte ciò che non si confà alla dottrina religiosa. Così nel 2005 Ruini esorta gli elettori cattolici e disertare le urne del referendum che rimuoveva alcune barriere per l’accesso alla procreazione medicalmente assistita, e vince. E nel 2008 si dichiara ostile al disegno di legge (governo Prodi) che inizia a riconoscere giuridicamente le coppie dello stesso sesso, e vince.
Dopo la morte di Papa Wojtyła Ruini entra come elettore in conclave e – secondo le ricostruzioni del giornalista e vaticanista Lucio Brunelli – racimola sei voti al primo scrutinio. Nei primi anni del pontificato di Ratzinger inizia a presentare, per raggiunti limiti d’età, svariate lettere di dimissioni, da presidente della Cei, da cardinale vicario.
Privo di ruoli di amministrazione e di governo il cardinale restava voce autorevole. Gli anni di Papa Francesco si fecero terreno di scontro tra la Chiesa bergogliana in uscita e quella ruiniana in perenne rientro. L’auspicio di un governo saldo ed efficace mostrato nell’ultimo periodo di sede vacante era stato un’eco della battaglia. L’elezione di Leone XIV aveva smorzato il rumore, anche per permettere a chi come Ruini non era entrato in Sistina di capire quale partito aveva vinto. Chissà che la politica di Ruini non abbia vinto anche stavolta.







