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Esclusiva

Marzo 4 2020
Il lungo declino del giornalismo in Iran: «Le coscienze sono anestetizzate»

L’Iran occupa il centosettantesimo posto nella classifica di Reporter senza frontiere che monitora la libertà di stampa. «Gli iraniani non si fidano della Tv di stato»

«I media in Iran hanno quasi sempre mentito al proprio pubblico». Mahmud, lo chiameremo così, è un fixer e giornalista iraniano costretto a lavorare, per motivi di sicurezza, sotto falso nome. Raggiunto via Telegram, commenta così la situazione dell’informazione nel suo paese: «I nativi digitali, più abituati al mondo dei social e immersi nella rete, odiano la Tv: sanno perfettamente che c’è ben poco da fidarsi». Forse è per questo che, il 15 gennaio, una giornalista iraniana ha deciso di dimettersi dall’emittente governativa dopo le bugie sull’abbattimento del Boeing con a bordo 82 suoi concittadini. «Annuncio che dopo 21 anni di lavoro in radio e Tv non posso continuare a lavorare nei media. Non posso». Queste le ultime parole di Saba Rad prima delle sue dimissioni.


Lo stato del giornalismo in Iran

«Chi non ha internet – continua Mahmud – si informa per quanto possibile su canali esteri satellitari, conscio di quanto poco valgano le emittenti di regime. Solo chi non ha alternative potrebbe seguire le trasmissioni dello Stato».

Secondo i dati 2019 di Reporter Senza Frontiere, il paese è scivolato in 170esima posizione (su 180) nella classifica che misura il grado di libertà della stampa, sei in meno del 2018 quando l’Iran era centosessantaquattresimo. Secondo l’Ong che monitora la libertà di stampa, «l’Iran è uno dei paesi più repressivi degli ultimi 40 anni […]. Dal 1979, 860 giornalisti sono stati giustiziati o incarcerati, costantemente soggetti a intimidazione, arresti arbitrari o lunghe detenzioni imposte da processi farsa». Un altro problema per l’informazione in Iran è la libertà della rete internet, soggetta a continue censure e interruzioni per limitare la diffusione di notizie. Secondo il Rapporto sulla trasparenza di Google del 2019, nel solo mese di novembre i servizi internet sono stati sospesi per ben dodici giorni, dal 16 al 28 novembre.


giornalismo iran
Il rapporto di Reporters Without Borders

Le difficoltà degli inviati stranieri

Il controllo sulla stampa è così oppressivo che influenza anche il lavoro degli inviati delle testate straniere. Secondo Mahmud, «il monopolio dell’informazione condiziona persino i corrispondenti esteri, che molto spesso vengono nel paese sapendo già cosa scrivere, senza confrontarsi realmente con la realtà». Per poter entrare in Iran è necessario un visto giornalistico, rilasciato dal Ministero per l’Informazione e lo sviluppo tecnologico, supervisionato dagli ayatollah. Quando un giornalista ottiene il visto, arriva in Iran e si reca al ministero dove riceve una specie di tesserino temporaneo e il fixer che gli è stato assegnato. Questo fixer serve ufficialmente per aiutare il lavoro del giornalista straniero a girare per il Paese e a tradurre dalla lingua farsi, ma di fatto è un controllo mascherato sulla sua attività. «Il prezzo del servizio, visto più fixer, è molto aumentato, si aggira intorno ai 100 euro al giorno – racconta Francesca Paci, invitata de La Stampa in Medio Oriente – e questa somma peraltro non finisce interamente nelle tasche del fixer, bravo o meno che sia: il 60 – 70% viene incassato dal ministero. In pratica è una tassa versata allo Stato».  Insieme alla domanda di visto si presentano anche gli argomenti che si vogliono trattare e una lista di potenziali persone da intervistare perché, in teoria, i responsabili dell’informazione sono lì per aiutare il reporter straniero.


giornalismo Iran
Il rapporto a cura di Freedom House

È facile capire come questo sia un modo per controllare il lavoro giornalistico e indirizzarne lo sguardo. In un paese dove l’informazione è schiacciata dal tallone del regime, le coscienze sono anestetizzate. «Il disastro dell’8 gennaio – continua la Paci – sembra aver innescato una reazione a catena che ha portato in piazza migliaia di persone intenzionate inizialmente a pregare per i propri morti e rivoltatesi poi contro il regime. Subito dopo, nonostante i numerosi arresti, sono arrivate le dimissioni delle due giornaliste della Tv di stato. L’impressione è che la storia del Boeing sia stata la goccia con cui trabocca il vaso, l’oltraggio di troppo dopo quarant’anni di oppressione, il velo strappato a svelare le menzogne a cui il popolo si era finora accomodato per paura, per depressione, per sfinimento». Ma Mahmud non la pensa così: «Credo che tutto sia ancora sotto il controllo del sistema, che sceglie ancora cosa fare e, soprattutto, cosa mostrare».