Esclusiva

24 Giugno 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 25 Giugno 2020
Io, giornalista tra i silenzi di un’Italia in lockdown

Lidia Sirna, ex praticante della Scuola di Giornalismo della Luiss “Massimo Baldini”, racconta a Zeta il suo lavoro da producer con NBC News in giro per l’Italia durante il lockdown

L’8 marzo era domenica. Da Matera stavo facendo ritorno a Roma quando il telefono cominciò a squillare. Dovevo tornare a lavoro perché la faccenda del coronavirus sembrava mettersi male. 

Erano i tempi in cui si ironizzava sulla “psicosi”. Io stessa, francamente, ero tra coloro che non avevano affatto compreso la straordinarietà della situazione che di lì a poco si sarebbe cristallizzata. Ricordo che ridevo di mio padre, gli dicevo che doveva smetterla di avere sempre paura di tutto in questo mondo.

Quel pomeriggio, tornando a casa, leggevo compulsivamente le notizie. Girava un video con parecchia gente che correva per la stazione centrale di Milano. Scappavano dalla Lombardia per tornare a casa. Qualcuno polemizzava sul fatto che il Corriere della Sera avesse pubblicato la bozza di un decreto governativo che a breve avrebbe proclamato l’Italia “zona rossa”.

Ignari che nel giro di qualche giorno avremmo avuto ben altro di cui preoccuparci. 

Il giorno dopo, il 9 marzo, il presidente del Consiglio Conte annunciava la quarantena per tutta Italia. Nessuno entra, nessuno esce. Prigionieri. Bar, negozi e ristoranti dovevano restare chiusi. Per me, che non avevo idea di cosa fossero né la guerra né gli anni di piombo, era qualcosa di surreale. 

E così, mentre tutti si rinchiudevano in casa, io iniziavo a lavorare con NBC News, e per i successivi tre mesi avrei continuato a collaborare come producer.

Con Claudio Lavanga, il corrispondente di NBC da Roma, ho avuto il privilegio di girare l’Italia mentre tutti erano in casa. Ho capito cosa volessero dire i colleghi che, prima di me, avevano paragonato il lavoro del giornalista a quello dello storico. Mi sentivo davvero “dentro” ai fatti, nel turbine della storia, e mi elettrizzava l’idea di poter raccontare quanto stavo vivendo in prima persona.

Giornalista Lockdown
Piazza della Rotonda deserta, con il Pantheon, Roma

Roma, la mia città, l’abbiamo girata in lungo e largo. Lì il tempo sembrava essersi fermato. A piazza di Spagna una macchina della polizia controllava ogni giorno le poche persone che passeggiavano nei dintorni, chi con i cani al seguito, chi con le buste della spesa. Al terzo giorno i poliziotti ormai ci riconoscevano e ci salutavano, come accade in un paese di provincia. 

Per viaggiare in pieno lockdown, alla stazione Termini bisognava arrivare un’ora prima dell’orario di partenza, muniti di autocertificazione. Come in aeroporto, si passavano i controlli della polizia e si saliva in carrozza, pochi alla volta.

Venezia vuota sembrava un set cinematografico, una città dormiente. Potevo sentire il rumore sull’acqua dei remi delle barchette che i residenti usano per andare a fare la spesa. Non un gondoliere tra in canali deserti. L’unico, Roberto, è quello che ci ha concesso un’intervista davvero commovente, con l’autorizzazione del Comune. 

Mi sono chiesta quanto fosse irresponsabile la politica che in questi anni ha costruito un’economia cittadina basata su un turismo inconsapevole, lasciando i tesori di questo luogo incredibile alla mercé dei cosiddetti turisti col trolley, i fan di Instagram. Venezia è un gioiello, e come tale andrebbe trattato. Ricordo di aver pensato che troppi camminano tra quelle calli inconsapevoli di ciò che calpestano.

Giornalista Lockdown
Venezia in pieno lockdown

A Firenze, dove l’economia pure non è stata diversificata, piazza della Signoria completamente vuota è l’immagine che più mi rimarrà impressa. Un segno della depressione economica per gli operatori del settore turistico e i commercianti, in una città molto piccola, dove i residenti sono scappati dal centro storico e hanno trasformato persino i seminterrati in bed and breakfast.

All’Opera del Duomo, il complesso che gestisce tanti tesori della città, il direttore ci ha spiegato che rischiano grosso. I monumenti che ogni anno attraggono milioni di turisti, vivono e si manutengono con gli introiti dei biglietti paganti. Ora che gli ingressi sono ridotti, i soldi vanno chiesti ai mecenati d’arte in giro per il mondo, oppure ci si affida al crowdfunding. La beneficienza al Rinascimento Italiano. 

Giornalista Lockdown
Lidia Sirna

Quando siamo arrivati a Milano, il governo aveva già allentato le misure restrittive. Le persone avevano ricominciato ad uscire. Ho notato che molti negozi e ristoranti, nonostante avessero ricevuto l’autorizzazione, non avevano ancora riaperto. Trovare un posto dove dormire non è stato facile, molti hotel erano ancora chiusi. A Milano ho avvertito i postumi della tragedia umana avvenuta, tra le sirene delle ambulanze ancora troppo frequenti. 

A Napoli, invece, il coronavirus sembrava non esserci mai stato. Nella regione del governatore De Luca, di gente con le mascherine per strada ne ho vista ben poca. In città abbiamo affittato un’auto e siamo andati a Pompei. Ad eccezione di qualche turista campano, eravamo soli in tutto il parco. Un luogo che ricorda un popolo resiliente, capace di ricostruire un’intera città dopo un catastrofico terremoto, ma incapace di riconoscere i segnali della natura, con un vicino di casa, il Vesuvio, abbastanza ingombrante.

giornalista lockdown
Piazza Navona durante la pandemia di coronavirus, Roma

Quando siamo tornati a Roma il lockdown era già finito. Alla stazione Termini la polizia misurava la febbre a tutti i passeggeri in arrivo. Salita in macchina il tassista mi dice che finalmente stanno pian piano tornando alla normalità. Durante i mesi di quarantena, solo il 30% di loro ha continuato a lavorare. Ora sono il 50%.

Rivedere le persone in strada fa un certo effetto, ma è bellissimo. Purtroppo non è andato tutto bene, e credo che i contraccolpi di ciò che abbiamo vissuto debbano ancora farsi sentire del tutto. Mi domando se davvero siamo cambiati, ma una cosa è certa: siamo tornati. Il ricordo più bello che mi porto dietro dopo questi mesi sono i canti degli italiani sulla porta di un negozio o sul balcone di una casa. Testimonianze di una partecipazione collettiva al dolore dell’epidemia. La prova che un’Italia unita, tutto sommato, potrebbe esistere.