Esclusiva

1 Febbraio 2021
Antibiotici, dall’intuizione di Tiberio all’uso indiscriminato

Un problema globale, spesso sottovalutato. Intervista al dottor Roberto Da Cas, Data scientist del Centro Nazionale per la Ricerca e la Valutazione preclinica e clinica dei Farmaci, dell’Istituto Superiore di Sanità

Chi ha scoperto gli antibiotici? Subito viene in mente il dottor Alexander Fleming, che nel 1928 identificò la penicillina. Ma alla fine del diciannovesimo secolo il primo ad avere l’intuizione giusta fu un giovane assistente dell’Istituto di Igiene, presso la Regia Università di Napoli: gli abitanti del vicino comune di Arzano prendevano l’acqua dal pozzo e si ammalavano ogni volta che questo veniva ripulito dalle muffe. Che avessero proprietà benefiche? Vincenzo Tiberio, molisano nato a Serpino, era un medico curioso. Approfondì la sua ipotesi e nel 1895 pubblicò uno studio. Complici la rivista scientifica poco conosciuta e il ruolo marginale dell’Italia nel campo della ricerca, non ottenne riconoscimenti e finì per arruolarsi nel Corpo Sanitario della Marina Militare. Solamente nel 1947, a oltre trent’anni dalla morte, le sue teorie furono diffuse e venne considerato tra i pionieri degli antibiotici.

«Sono farmaci che hanno rivoluzionato la medicina e reso possibile il trattamento di infezioni batteriche ritenute incurabili. Purtroppo negli anni il loro esteso – e spesso inappropriato – utilizzo in ambito umano, veterinario, zootecnico e agricolo ha favorito la comparsa di microrganismi resistenti. Questo fenomeno è oggi uno dei principali problemi di sanità pubblica a livello globale. Se fuori controllo, in futuro potrebbero esserci costi economici e umani significativi. A partire dal 2050, si ipotizzano dieci milioni di morti ogni anno nel mondo».

Antibiotici, dall’intuizione di Tiberio all’uso indiscriminato
Roberto Da Cas

A parlare è il dottor Roberto Da Cas, Data scientist del Centro Nazionale per la Ricerca e la Valutazione preclinica e clinica dei Farmaci, dell’Istituto Superiore di Sanità.

«Secondo una recente pubblicazione sulla prestigiosa rivista britannica The Lancet Infectious Diseases, nel 2015 nei Paesi dell’Unione Europea vi sono stati oltre trentatremila decessi legati all’antibiotico-resistenza. Circa il 30% riguardava l’Italia. Il motivo? Fino a qualche anno fa eravamo tra le prime nazioni a utilizzare questi farmaci. Va però precisato che si tratta di una stima, basata su modelli statistici complessi. Non parliamo di una valutazione oggettiva del numero di morti. Poi, per fortuna, c’è stato un cambio di marcia, anche sulla scia di iniziative internazionali come il Piano di Azione globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha fissato obiettivi strategici, e l’Italia non ha perso il passo, approvando il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico Resistenza, il cosiddetto PNCAR 2017-2020».

Ma perché i batteri diventano resistenti? In “medichese” si chiama eziologia multifattoriale. Le cause sono cioè più di una ed è complesso identificarle tutte. È un processo evolutivo naturale, accelerato da un uso eccessivo e scorretto degli antibiotici. Come avviene nelle infezioni virali, dove sono inutili, perché non efficaci. Per molti, febbre significa Augmentin, o Zitromax. Lo testimonia l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (Osmed): c’è stato un massimo consumo nei primi mesi dell’anno, che ha coinciso con il picco delle sindromi influenzali. Per non parlare delle scelte autonome delle persone rispetto al dosaggio. C’è addirittura chi ritiene superflua la prescrizione del medico, e si utilizzano compresse avanzate dalle vecchie confezioni, con il rischio che siano scadute. In alternativa si va in farmacia. Capita spesso di sentire amici o parenti allarmarsi per un mal di gola: «Con l’antibiotico passa subito. Che lo chiamo a fare il dottore?». Questo spiega perché a livello nazionale l’acquisto privato rappresenti il 20% del consumo territoriale.

Antibiotici, dall’intuizione di Tiberio all’uso indiscriminato
Photo credit: Ansa

Poi è arrivata la pandemia. Come per altri virus, malati con quadri avanzati di Covid-19 hanno un rischio maggiore di sviluppare infezioni batteriche secondarie. Un recente studio ha però stimato che nonostante solo il 7% dei pazienti presentasse questa complicazione, ben il 70% era stato trattato con antibiotici. Il messaggio lanciato dagli autori è chiaro: la maggior parte dei malati non ha bisogno di una terapia antibatterica empirica.

Per Da Cas la precisazione è necessaria: «A gennaio e febbraio 2020, il consumo a livello territoriale è stato lo stesso dell’anno precedente. Poi si è ridotto nei mesi successivi, in corrispondenza del lockdown. Al contrario, a marzo gli acquisti ospedalieri hanno registrato un picco, il doppio rispetto al 2019, perché le strutture avevano bisogno in tempi rapidi di grandi quantitativi di medicinali. Il resto lo ha fatto la mancanza di terapie specifiche, associata alla non completa conoscenza del meccanismo d’azione di Covid-19, che ha spinto a utilizzare diversi farmaci nei pazienti gravi. Tra questi, gli antibiotici.

In quel periodo le star sono state i macrolidi – in particolare l’azitromicina – che inibiscono la sintesi delle proteine batteriche. Alcuni studi avevano dimostrato come questa classe di farmaci potesse ridurre l’infiammazione e modulare il sistema immunitario. Ma ad oggi i meccanismi non sono ancora noti e le uniche evidenze derivano da lavori che hanno limiti importanti. Con il passare dei mesi e l’aumento delle evidenze scientifiche, l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) non ne ha più raccomandato l’uso per Covid-19, se non per casi clinici specifici. Così gli acquisti sono diminuiti, quasi dimezzati rispetto allo scorso anno».

C’è curiosità in vista della prossima estate, quando un nuovo rapporto Osmed approfondirà l’uso degli antibiotici durante il secondo semestre 2020 e i primi mesi del 2021. In Italia il livello di consapevolezza è aumentato, ma rimane un tema sottovalutato nella pratica clinica. Disattenzione, superficialità – a volte ignoranza – continuano ad alimentarlo.