Esclusiva

28 Aprile 2021
La notte è piccola per noi, troppo piccolina

Degli amanti e dei solitari, dei sognatori e dei fantasmi, dei vizi e dei bagordi, così le anime della notte sono state rappresentate nella letteratura, nell’arte, nella musica

Studio Uno, 1965. Alice ed Ellen Kessler cantano La notte è piccola per noi, “troppo piccolina”. Le Gemelle iniziavano a cambiare l’Italia degli anni Sessanta che per una frase a doppio senso era solita correggere i programmi televisivi. Notte piccola per fare cosa, si chiedeva la censura. Ma i palinsesti cambiarono e la televisione iniziò a tenere compagnia agli italiani anche nelle loro notti piccoline. Nel 1985 Renzo Arbore appariva nel suo salotto surreale alle 23.00 dialogando con i suoi amici della notte nel primo programma notturno, Quelli della notte.

La parte del giorno che il sole trascorre sotto l’orizzonte iniziava ad avere vita propria, diversa da quella condotta sotto la luce del sole. Ma era sempre stato così. Gli uomini antichi guardavano le stelle e associavano il proprio destino alle diverse costellazioni, i moderni alzavano lo sguardo e non riuscivano a trovare le risposte alle cause prime dell’esistenza, nella contemporaneità la notte è un limbo in cui deformare il tempo, per ritardare l’arrivo del giorno con le sue responsabilità.

La notte non ha mai smesso di stimolare la fantasia degli artisti, fino a diventare un affascinante topos letterario, musicale e pittorico. Per dirla con Leopardi «Le descrizioni della notte sono poeticissime», in virtù della loro vaghezza, che ammanta e confonde, simile a quell’inconfondibile sensazione ovattata che accompagna, di solito, le notti d’estate, notti senza vento. Leopardi lo scriveva nello Zibaldone ma restituì le sue riflessioni in uno degli incipit più famosi della sua produzione, il “Dolce e chiara è la notte e senza vento” de La sera del dì di festa dell’estate 1820.

L’immaginario della notte aveva appena virato verso una direzione nuova. Solo qualche decennio prima Giuseppe Parini celebrava la notte del “Giovin signore” della nobiltà tardo settecentesca tra i bagordi e le bische mentre all’inizio dell’Ottocento la notte diventava lo spazio, a volte accogliente, altre inospitale, dell’interiorità. Nascevano le tematiche notturne imperniate sulla malinconia, sul desiderio dell’infinito, sulle nostalgie. Una delle opere più rappresentative di una notte “gotica” e del preromanticismo tedesco è Inni alla notte di Novalis, in costrasto con la fiducia razionalistica dell’Illuminismo.

Di pari passo alla letteratura, nello stesso periodo, si evolve un genere musicale dedicato alla notte: il notturno. L’antecedente della Piccola serenata notturna di Mozart aveva poco a che fare con gli astri di questo immaginario, l’aggettivo notturno era associato a una musica da suonare all’aperto, alle feste, nei circoli della nobiltà. Ma i pentagrammi iniziano presto ad avvicinarsi al nuovo modo di vivere la notte della poetica romantica che si stava facendo largo nel cuore dell’Europa e diventano più lirici, quasi sentimentali, malinconici e intimisti. Fu il fascino di questo stile a colpire il giovane Chopin che scrisse il primo Notturno nel 1827, a 17 anni. Primo dei 19 che ne seguirono, un corpus che costituisce l’opera di maggior spessore del compositore.

Oltre a essere lo spazio dell’uomo solo davanti al dubbio e alle sue riflessioni più intime, la notte è il momento d’elezione per l’incontro degli amanti. Lord Byron, uno dei maggiori poeti del romanticismo inglese, in alcuni versi che scrisse in una lettera a un suo amico dopo i bagordi e i festeggiamenti notturni del Carnevale, definisce la notte come “creata per amare”. Anche I ragazzi che si amano di Jacques Prevert si baciano, in piedi, “Contro le porte della notte”. E in pittura non si può non pensare agli amanti di Chagall che abbracciati fluttuano in cielo o appoggiano il viso dell’uno sull’altro, cullati dal blu della notte.

L’arte è stata un bacino inesauribile di raffigurazioni notturne, dagli uomini primitivi che disegnavano le volte celesti nelle loro caverne, alle stelle dipinte da Giotto nella Cappella degli Scrovegni, alle notti degli impressionisti, fino alla famosa Notte Stellata di Van Gogh e alle notti “geroglifiche” di Joan Miro. 

Sono pittoresche, e romantiche, anche le descrizioni delle quattro notti insonni del giovane sognatore de Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij, dedicato al notturno dei giovani, all’incontro di un ingenuo solitario con la sua Nasten’ka, nella luce crepuscolare dell’estate pietroburghese. Un romanzo giovanile che lascia spazio infatti ai dubbi e alle timidezze, a quelle domande “da giovani, molto da giovani”, che si pongono sotto al cielo “così stellato, così luminoso”, proprio di “una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani”.