Esclusiva

6 Maggio 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 7 Maggio 2021
Hong Kong, la memoria contro l’oblio

Sono mesi che gli attivisti del “movimento degli ombrelli” sono in carcere e ormai il governo cinese ha preso il controllo totale di Hong Kong

Nessuno in Cina ha celebrato il successo di Cholè Zhao, registra originaria di Pechino che con Nomadland si è aggiudicata l’Oscar come miglior film. Si tratta della seconda donna e la prima asiatica ad aver vinto questo premio, ma in patria nessuno ha potuto seguire la celebrazione: il governo ha deciso di oscurare le cerimonia perché tra le candidature c’era anche quella di un documentario sulle proteste a Hong Kong.

Il film di Cholè, come si intuisce dal titolo, racconta per immagini la storia di una nomade – Fern – che dopo aver abbandonato la sua città in Nevada, attraversa gran parte degli Stati Uniti con un furgone. Durante questo viaggio conosce altri luoghi e si imbatte in persone con storie particolari. Solo così sembra essere capace di vivere nel suo mondo, dove non è “vittima” delle convenzioni sociali. Chi, come la protagonista del film, ha cercato di entrare in questo mondo sono i ragazzi della “rivoluzione degli ombrelli” di Hong Kong: quelli delle proteste contro la repressione del governo cinese. 

Hong Kong, la memoria contro l’oblio
Pro-democracy activists Ivan Lam, Joshua Wong and Agnes Chow, China REUTERS/Tyrone Siu

È di qualche settimana fa la notizia che, Jimmy Lai, attivista ed editore del tabloid dell’opposizione Apple Daily, è stato condannato a un anno di carcere dopo aver partecipato a una manifestazione non autorizzata il 18 agosto 2019. Quella marcia pacifica che unì gran parte della popolazione di Hong Kong ma, secondo il governo, non era stata autorizzata.

Gli organizzatori di quel corteo sono gli attivisti di Civil Human Rights Front, che su Twitter sono fermi da un po’, ma tramite il loro blog raccontano di come da giugno 2019 la polizia abbia arrestato più di 7.000 persone e abbia violato il diritto legittimi delle persone alla protesta. In merito all’arresto di Jimmy Lai scrivono: «Siamo infuriati e condanniamo gli arresti dei manifestanti. La violenza della polizia non si è fermata e gli arresti sono in corso. Il governo di Carrie Lam cerca di usare il denaro per corrompere l’opinione pubblica, ma in realtà più soldi dei contribuenti vengono usati per acquistare armi per la polizia, in modo che possano ulteriormente reprimere l’opposizione con estrema violenza».

In questi mesi il governo cinese ha messo la parola fine al sistema “un paese e due stati” e Hong Kong è passata nelle mani di Pechino, che con la legge sulla sicurezza nazionale ha interrotto il sistema democratico imponendo che ogni scelta politica, come le regole delle elezioni, siano decise dal governo centrale.

L’arresto dell’imprenditore Jimmy Lai ha avuto conseguenze anche negli Stati Uniti, dove il segretario di Stato Antony Blinken ha dichiarato: «Queste sentenze sono un altro esempio di come la Cina e le autorità di Hong Kong minano i diritti e le libertà fondamentali garantiti dalla Legge fondamentale. Stanno prendendo di mira la popolazione per non aver fatto altro che esercitare la libertà di riunione pacifica e la libertà di parola». 

Era il 2 dicembre 2020 quando, all’interno di un’aula di tribunale, l’attivista Agnes Chow con al fianco gli altri organizzatori della protesta – Joshua Wong e Ivan Lam – scoppiata in lacrime alla lettura della sua condanna definitiva. Anche gli altri due furono ritenuti colpevoli di aver organizzato una protesta non autorizzata. Wong, il volto più noto del movimento, è stato condannato a una prigionia di 13 mesi e mezzo, Chow ha ricevuto una pena di 10 mesi e Lam una di 7 mesi. 

Hong Kong, la memoria contro l’oblio
Joshua Wong is seen in Lai Chi Kok Reception Centre, Hong Kong REUTERS/Tyrone Siu

Nello stesso giorno Nathan Law, uno degli attivisti che è riuscito a chiedere esilio alla Gran Bretagna, scrisse sul suo profilo Twitter: «Ad essere onesti, non ho idea di quando il trio possa uscire di prigione se Pechino continua arbitrariamente a decretare le accuse più dure». Il suo è l’unico profilo che continua a “cinguettare” per chiedere agli Stati Uniti e soprattutto all’Inghilterra di occuparsi della questione di Hong Kong. Sugli altri tutto tace.

Degli attivisti ci sono poche notizie. I loro profili sono gestiti dai loro avvocati e tutti sono stati incarcerati, con l’accusa di aver occupato il centro della città con le loro manifestazioni. Nel frattempo, qualcosa sta accadendo online e sui profili social della radiotelevisione pubblica di Hong Kong: tutte le tracce della protesta e del movimento degli ombrelli vengono cancellate. Il governo cinese sembra voler ripetere quello che ha già fatto in passato con gli episodi di piazza Tienanmen: cancellare quei massacri dalla memoria dei cinesi e delle future generazioni.

Il rischio di far scomparire tutti i documenti, i reportage e le testimonianze di una rivoluzione che ha coinvolto circa un milione di persone che lottavano per la libertà. Per tentare di fermare questa operazione di censura alcuni attivisti, come Bao Choy, stanno mettendo in salvo queste informazioni creandone copie. Bao ha definito questa come la battaglia dell’uomo contro il potere e della memoria contro l’oblio. Una battaglia che è appena iniziata.