Esclusiva

11 Maggio 2021
Pena di morte, in Medio Oriente il cappio si stringe

Il rapporto 2020 di Amnesty International sulla pena capitale segnala Iran, Iraq, Egitto e Arabia Saudita come principali Stati carnefici dopo la Cina

Il Medio Oriente è il boia del pianeta. Nemmeno la pandemia ha bloccato gli ingranaggi della giustizia, oliati con il sangue dei condannati a morte. Lo testimonia Amnesty International, organizzazione internazionale non governativa impegnata nella difesa dei diritti umani, nel suo ultimo rapporto annuale sulla pena capitale nel mondo. In cima alla lista degli Stati carnefici compaiono Iran, Iraq, Egitto e Arabia Saudita, i cui tribunali nel 2020 hanno condotto al patibolo 425 persone. Non contando la Cina, che tiene segreti i dati sulle esecuzioni ma che si stima emetta migliaia di condanne ogni anno, i quattro Paesi mediorientali detengono l’88% delle pene di morte inflitte negli ultimi dodici mesi nel mondo.

Mentre ovunque si registra una progressiva diminuzione del ricorso alla pena capitale, con diversi Stati che hanno recentemente licenziato i propri boia (il Malawi in Africa orientale e lo Stato americano della Virginia, solo per citare gli ultimi casi di abolizione), in Egitto le condanne sono triplicate rispetto al 2019 e in molti casi sono state precedute da processi irregolari basati su “confessioni” forzate e su torture. Per Mattia Giampaolo, ricercatore del Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), questo dato rappresenta «Il segno di una svolta autoritaria del regime del presidente egiziano Al-Sisi». E proprio l’autoritarismo è il filo rosso che accomuna i quattro Stati in cima alla lista nera di Amnesty: «I Paesi arabi non sono un blocco monolitico ma hanno in comune la natura autoritaria e una legislazione penale repressiva. L’abuso del ricorso alla pena di morte è un modo per questi regimi di dimostrare forza mascherando situazioni di debolezza interna che variano da Stato a Stato».

Se per Giampaolo «la “lotta al terrorismo islamico” impegna tutti i regimi ed è un’ottima scusa per condannare a morte anche personalità non appartenenti al radicalismo musulmano» per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty: «Solo in Iran la pena capitale si configura come strumento di repressione politica contro dissidenti, manifestanti e appartenenti alle minoranze etniche, mentre in Iraq è stata inflitta soprattutto nei processi ai membri dell’Isis».

Diversa è anche la situazione dell’Arabia Saudita: «Nel 2020 le condanne sono diminuite dell’85% ma solo perché il Paese ha ospitato, se pur virtualmente, il G20. Per evitare di attirarsi le critiche occidentali le esecuzioni sono cessate durante tutto l’evento per poi, una volta terminato, riprendere come se nulla fosse».

I reati per cui il Medio Oriente condanna a morte sono molteplici e non tutti saltano all’occhio per una riprovevole gravità del danno commesso: in Iran si può venire impiccati per adulterio, per essere andati a letto con qualcuno dello stesso sesso, per corruzione, estorsione, spaccio di droga e contrabbando d’arte. In Arabia Saudita è ancora prevista la lapidazione per il reato di blasfemia.

Le modalità di esecuzione (impiccagione e lapidazione) appaiono efferate e umilianti, lontane dagli standard dell’Occidente: «Non che l’iniezione letale praticata negli Stati Uniti sia indolore – precisa Noury – ma questo modo plateale e brutale di uccidere, specie in Iran e in Arabia Saudita, ha lo scopo di terrorizzare la popolazione, di fungere da deterrente anzitutto psicologico ed emotivo contro il crimine. Bisogna dire però che non è così ovunque: in Egitto la maggior parte delle condanne vengono eseguite lontano dai riflettori, nelle prigioni di massima sicurezza di Akrab e di Tora».

Per Mattia Giampaolo è sempre la spinta autoritaria, più che un fattore culturale, a determinare il proliferare della pena di morte in questa parte di mondo: «Il tarlo di ogni dittatura è la paranoia costante di essere sovvertita e i regimi mediorientali non fanno eccezione. La religione è spesso una scusa per condannare personalità scomode o oppositori politici. È lo specchio di una continua oscillazione e contraddizione dei paesi arabi tra tradizione e modernità. Ognuno la sfrutta come vuole, dipende da chi mette in pericolo il governo: se sono islamisti, allora si parla di terrorismo islamico, se sono laici li si accusa di attaccare la morale religiosa».

Un esempio di come l’elemento religioso non sia decisivo è la politica repressiva contro la droga: «Sulla carta l’uso di droga viola i precetti islamici e per gli spacciatori e produttori è previsto il patibolo, ma la realtà è ben diversa: l’hashish è diffusa dappertutto e, specie in Egitto, si fa largo uso di droghe “leggere” come il bango o il tremadol, un antidolorifico venduto in farmacia senza prescrizione medica, che tanti assumono in dosi eccessive».

«Si è capito – spiega Noury – che la morte non è un deterrente efficace contro la droga e così si sta allentando la stretta contro questi reati: in Iran è in atto una depenalizzazione e le esecuzioni per spaccio sono dimezzate rispetto al passato, in Arabia Saudita le autorità dicono che è stata decretata una moratoria, anche se al momento non ci risulta nulla di simile».

Che questo possa essere un primo passo per un futuro senza più boia in Medio Oriente? Al momento l’ipotesi è quasi un’utopia: «Ci sono gli organi sovranazionali che fanno pressioni in tal senso: l’Unione Europea si sforza di mobilitare l’opinione pubblica per scongiurare singole esecuzioni e le Nazioni Unite approvano ogni due anni una moratoria sulle condanne a morte, ma è chiaro che da sole non possono fare granché». Anche perché, come precisa Giampaolo «Ogni singolo Stato del Medio Oriente sa di giocare un ruolo fondamentale nello scacchiere geopolitico internazionale, di conseguenza sa che le grandi potenze possono esercitare pressioni fino a un certo punto. Solo movimenti abolizionisti interni a questi Paesi potranno condannare a morte la pena capitale».

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