Esclusiva

22 Dicembre 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio 2022
Russia, Finlandia e altre storie di sport

“La politica deve restare fuori dalle competizioni”. Un refrain ascoltato di continuo, nonostante poche cose come i grandi eventi sportivi, e di conseguenza i grandi atleti, si prestino a messaggi che hanno un deciso valore politico.

La partita di hockey tra Finlandia e Russia, valida per l’ “Hockey Euro Tour” e tenutasi alla CSKA Arena di Mosca il 19 dicembre, ha causato tensioni. La sfida tra due delle potenze del gioco su ghiaccio è stata eclissata dalla polemica riguardante le divise scelte dalla formazione russa. Un look vintage bianco e rosso su cui troneggiava la scritta CCCP, un rimando a quella che fu l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). 

La scelta di indossare la maglia ha fatto insorgere l’opinione pubblica finlandese, dove perfino l’ex primo ministro, Alexander Stubb, ha criticato il gesto su Twitter. 

Si aggiunge a questo anche il fatto che il 30 novembre1939 iniziò la “Guerra d’Inverno”, l’operazione militare sovietica in Finlandia, che durò fino al marzo del 1940.

La Federazione Russa di hockey su ghiaccio ha fatto sapere che l’iniziativa era in realtà volta a ricordare la prima medaglia d’oro nell’hockey per il paese, conquistata 65 anni fa. 

La polemica riguardo la presunta celebrazione dell’autoritarismo del passato sovietico, arriva proprio nel momento in cui Putin sta preparando un’altra invasione in Ucraina con tutto ciò che comporta da un punto di vista geo-politico. Politica e sport si rincorrono ancora, nonostante la storia offra anche altri esempi di questo connubio

Lake Placid, Olimpiadi invernali, 1980

Parlando di hockey non si può non pensare a Lake Placid, località nello stato di New York, dove si tennero le Olimpiadi Invernali del 1980. In un momento in cui era ancora forte la contrapposizione USA e URSS: da poco l’Unione Sovietica aveva invaso l’Afghanistan, mentre gli Stati Uniti di lì a poco avrebbero annunciato il boicottaggio ai Giochi Olimpici, assegnati a Mosca per quell’estate. 

La squadra nord-americana, una banda di ragazzini universitari, sconfisse l’URSS, aggiudicandosi la medaglia d’oro. Dopo ventiquattro anni si interruppe il dominio della “Red Machine”, uno dei maggiori vanti sportivi per il Cremlino. 

Lo scontro sportivo tra Stati Uniti ed URSS si sarebbe protratto fino al 1984, quando furono i russi in quella occasione a contro-boicottare i giochi assegnati a Los Angeles. 

Ping Pong Diplomacy, Cina, 1972

Nel 1971 i lavori per la distensione dei rapporti tra Cina e Stati Uniti erano ancora difficoltosi. Si stava ancora cercando di superare il lungo embargo, annunciato ventidue anni prima, che aveva interrotto i rapporti diplomatici ed economici tra le due nazioni. 

A giocare un ruolo per la distensione dei rapporti fu anche il ping pong. La squadra statunitense, impegnata in una competizione in Giappone, nel 1971 venne invitata a visitare Pechino dalla squadra cinese. L’invito venne accettato e trattato come un evento negli Stati Uniti, dove per la prima volta dopo molti anni qualcuno andava nell’allora Repubblica Popolare Cinese. 

Nel febbraio del 1972, dopo aver già trovato un accordo sulla rimozione dell’embargo il presidente Nixon visitò Pechino, primo presidente degli Stati Uniti a farlo, assistendo tra le altre cose ad una partita di esibizione. 

Hockey Russia
La copertina del libro “Soft Power e l’arte della diplomazia”

Mondiali di Argentina, 1978

Anche i Mondiali di Argentina 1978 hanno avuto una valenza politica significativa. La nazione era passata da poco sotto il comando del generale Jorge Rafael Videla, dopo il golpe che aveva rimosso Isabelita Perón. La repressione nel mettere in atto il “Piano di riorganizzazione nazionale” fu durissima, andando a colpire le forze democratiche dello stato. Nei grandi centri di reclusione i detenuti erano picchiati, torturati e spesso uccisi. 

Mentre l’Argentina conquisterà quel Mondiale, trascinata da un calendario favorevole e dai gol di Mario Kempes, il numero di desaparecidos e di internati crescerà a dismisura anche in quei giorni. A pochi metri dal “Monumental”, lo stadio di Buenos Aires dove l’Argentina conquistò il tetto del mondo, le urla di gioia per una vittoria e quelle di dolore per un pestaggio si mischiarono.