Esclusiva

Maggio 1 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Maggio 2 2022
Imparare per non pensare alla guerra

Il Centro Giovani e Scuola d’Arte Matemù offre lezioni gratuite di italiano a ragazze e ragazzi scappati dall’Ucraina

È bastato mettersi intorno a un tavolo con quaderno e penna per dimenticare, anche solo per un istante, il terrore della guerra. Olga, Nazar, Danylo e Sofia sono arrivati da poco in Italia. Matemù, il Centro Giovani e Scuola d’Arte del Municipio I di Roma, li ha accolti insieme ad altri bambini e ragazzi ucraini, per offrir loro la possibilità di imparare l’italiano. Un primo passo verso la comprensione del mondo sconosciuto in cui sono stati catapultati all’improvviso.

«Il primo giorno in cui erano qui, nella stanza accanto alla nostra c’era lezione di sax. Quando hanno sentito il sassofono, i ragazzi sono saltati dalla sedia. Lì abbiamo capito di dover avere un approccio ancora più sensibile con questa classe». Diana è da anni un’insegnante di Trovo le parole, la scuola di italiano per stranieri di Matemù. Di solito le sue lezioni sono rivolte a classi multiculturali, composte da persone di diversa provenienza. Insieme ai suoi colleghi, però, ha deciso che per il momento i ragazzi arrivati dall’Ucraina faranno lezione in una classe monoculturale. L’esigenza, ora come ora, è quella di farli sentire in un ambiente il più possibile familiare.

Della guerra non si parla. Anzi, sembra essere molto lontana mentre i giovani ragazzi cercano di imparare i nomi italiani delle parti del corpo. Ridono, quando uno di loro pronuncia male la parola braccio. Cercano, come tutti gli studenti del mondo, di sbirciare quello che c’è scritto sul foglio, quando l’insegnante chiede loro di ricordare a memoria come si dice occhio. Riescono finalmente a vivere momenti di normalità. Diana per poco non si commuove davanti al bambino di nove anni, che, al suo primo giorno di lezione, riesce a pronunciare in modo corretto quasi tutte le parole che prova a insegnargli.

Insieme a lei c’è anche Svetlana, un’intermediatrice culturale e linguistica, che dall’inizio della guerra si è messa a disposizione per facilitare la comunicazione con chi arriva dall’Ucraina. Le è capitato di trovarsi in diversi centri di accoglienza, ma crede che posti come Matemù siano l’ideale per i più giovani. «Stare in luoghi in cui non si fa altro che guardare le notizie in tv e pensare alla guerra non è la cosa migliore per i ragazzi. Qui almeno pensano ad altro, vedono altri loro coetanei e hanno qualcosa da fare e su cui concentrarsi».

L’obiettivo del centro giovani è rendere accessibile la cultura, la musica, l’arte, il teatro a tutte e a tutti. Frequentare il corso di italiano è solo il primo step per chi non conosce la lingua. In parallelo vengono portate avanti attività culturali e artistiche, che favoriscono l’incontro e l’unione tra le diversità.

«Attraverso il linguaggio dell’arte si è creato uno scambio che va al di là dell’integrazione, una parola che noi non enfatizziamo più di tanto. Pensiamo più all’interazione, tra ragazze e ragazzi». Gabriele Linari, regista della compagnia teatrale Matemù, negli anni ha lavorato con persone di ogni provenienza. Quello della lingua non è mai stato un ostacolo, perché l’arte, la musica, la danza, il rap sono il terreno dove sono nate le interazioni e dove le culture si sono incontrate.

«La caratteristica di Matemù è stare su quello che accade. Quindi spesso ci sono periodi in cui emergenze umanitarie in vari luoghi del mondo fanno transitare persone provenienti da tutte le parti». Gli intermediari linguistici di cui si avvale il CIES, la onlus che ha creato e gestito questo centro dal 2010, «aiutano a comprendere chi arriva qui da situazioni molto drammatiche e aiutano a sciogliere i primi nodi».

Dopodiché, in un modo o nell’altro, il luogo e la presenza di tanti coetanei aiuta tutti quanti piano, piano a sciogliersi, a entrare nelle stanze, a conoscere gli insegnanti e gli operatori che lavorano in questo posto. «I ragazzi e le ragazze vengono qui per conoscere e conoscersi. Conoscono la lingua, conoscono l’arte, conoscono altre persone e questo è ciò che davvero conta».

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