Esclusiva

Gennaio 24 2023
Le donne italiane e i lager: eroine e partigiane mai riconosciute

Alla casa della memoria a Roma l’incontro 1943-1945 – Le donne italiane: Resistenza, deportazione, lavoro schiavo

«“Perché sei tornata? E se sei tornata, cosa hai dovuto scambiare per la tua libertà?”. Era questa la domanda che veniva fatta alle donne ebree una volta tornate in Italia dal campo di concentramento. All’orrore si aggiunge un’ulteriore violenza».

Introduce così il dibattito Marina Pierolorenzi, vicepresidente ANPI durante la conferenza 1943-1945 – Le donne italiane: Resistenza, deportazione, lavoro schiavo alla Casa della memoria e della storia di Roma.

Un incontro dedicato alle donne, alla loro figura di eroine non riconosciute, di partigiane che hanno fatto la resistenza dentro e fuori dai campi di concentramento. Un evento incentrato sul loro ricordo e a sensibilizzare su tematiche spesso dimenticate e prese sotto gamba. «Quando si parla del 27 gennaio bisogna ricordare tutto ciò che comporta: i deportati politici, gli omosessuali, i testimoni di Geova. Sono tutte persone che sono state perseguitate a loro volta, soffrendo terribilmente».

L’incontro si è concentrato prevalentemente sui racconti del campo di Ravensbruck dove «le donne deportate furono 120 mila, di cui 90 mila morte».

Giovani sole, alle quali venivano tolti i figli appena arrivate sul posto. Quelle incinta venivano spesso uccise subito «anche se con gli anni la prassi è cambiata» spiega il dottor Aldo Pavia, vicepresidente nazionale Aned. «Venne istituito un ulteriore campo all’interno di Ravensbruck in cui le donne venivano fatte partorire in maniera disumana. Il bambino appena nato veniva ucciso annegato in un secchio d’acqua. Poi negli ultimi anni di guerra, facevano tenere il figlio vicino alla madre, ma le veniva impedito di dargli da mangiare. Così le madri dovevano assistere al figlio morire lentamente».

Aldo Pavia conduce la sala in un viaggio all’interno di Ravensbruck, mostrando gli orrori a cui le donne venivano sottoposte, già vittima di una società che le considerava buone solo per tre cose: «figli, chiesa e cucina. Nient’altro. Venivano chiamate in tedesco “pezzi di immondizia inidonea al lavoro”».

Motivo per il quale le donne omosessuali erano stigmatizzate tre volte: come donne, come ebree e come persone che non avrebbero potuto adempiere nemmeno al loro compito naturale, avere un figlio.

«Negli ultimi anni di guerra i tedeschi erano a corto di manodopera e cominciarono a impiegare le donne in lavori manuali. Si resero conto che avevano capacità di concentrazione maggiori degli uomini e mani piccoli per lavorare su strumenti di precisione. Viene aperto un altro lager, la fabbrica della ditta Siemens Werke di Berlino dove facevano lavorare tantissime donne».

«Li nacquero tantissimi casi di resistenza» commenta la dottoressa Ambra Laurenzi, presidente del comitato internazionale di Ravensbruck, la quale racconta in un videomessaggio gli esempi di eroismo delle donne del campo. «Resistenza è stata anche la forza della solidarietà che era presente nel campo. Era la gente che sbagliava appositamente i test manuali per non aiutare l’industria bellica tedesca e restavano a lavorare nei campi, al freddo, con lavori svilenti pur di non contribuire alla guerra. Dicevano “non andare a lavorare alla Siemens era una vittoria”.

«Anche all’interno della fabbrica c’erano sabotaggi: si rallentavano ordini di materie prime, non si inserivano nelle liste giornaliere le persone che quel giorno stavano male. Facevano finta di non capire pur di non lavorare: “Le nostre armi sono la lentezza e la non comprensione. Aspettare, la vittoria arriverà”. La resistenza era anche il furto di filo spinato, stracci, e di sottrarre qualunque cosa potesse servire a chi non aveva nulla. Gesti per restare persone in un sistema di totale disumanità».

L’esempio più concreto e incisivo viene dalla testimone della Shoah Pupa Garriba che decide di portare alla sala il ricordo di sua cugina Wanda Maestro, morta nel campo di concentramento. «Ero molto legata a lei anche perché le assomigliavo molto. Tredici furono i deportati della mia famiglia. Ne tornò solo uno. Io avevo solo tre anni e ci rifugiammo in vari parti dell’Italia. Quando compì 9 anni scappammo da Genova fino in Svizzera. Superammo un alto monte a piedi. Mia madre indossava addirittura i tacchi perché non dovevamo sembrare persone in fuga, ma solo di passaggio».

«Al confine non volevano farci passare e mio padre passò l’intera notte a tentare di convincere gli svizzeri, mostrando la pistola che aveva in tasca e dicendo che avrebbe ucciso moglie e figlia pur di non tornare indietro. Fummo gli unici a riuscire a passare e così mi sono salvata. Mia cugina morì nel campo, uccisa dai gas a soli 24 anni».

Un racconto che incanta la sala che rimane sospesa su un filo del rasoio. Il triste racconto di Pupa Garriba viene accompagnato da testimonianze, lettere, fotografie e da una poesia dal titolo 25 febbraio 1944 di Primo Levi, con cui la cugina era nel campo e di cui lui si era innamorato.

La recita alla fine, a chiusura del suo intervento, e le parole di Levi, l’addio che Le dedica, diventa in qualche modo suo, un estremo saluto all’amata cugina.

“Vorrei poter credere a qualche oltre/ oltre la morte che ti ha disfatta/ vorrei poter dire la forza con cui desideravo, allora, di poter ancora una volta/ insieme camminare liberi sotto il sole”.

Primo Levi – 25 febbraio 1944

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