Robot killer: «Sono già usati in guerra»

In esclusiva il presidente del forum Onu in cui gli Stati negoziano regole globali sulle armi autonome

Droni, torrette mobili e robot kamikaze: macchine che uccidono senza l’autorizzazione di un essere umano. «Servono progressi urgenti», dice a Zeta l’ambasciatore Robert in den Bosch: «Non parliamo più del futuro, queste armi sono già sul campo di battaglia».

Il diplomatico olandese è rappresentante permanente del Regno dei Paesi Bassi alla Conferenza sul disarmo di Ginevra. Entrato al ministero degli Esteri nel 1986, ha lavorato a stretto contatto con la Nato per quasi dieci anni e servito il suo paese nelle ambasciate di Kiev e Teheran. Oggi è il presidente del “Gruppo di esperti governativi sulle tecnologie emergenti nell’area dei sistemi d’arma completamente autonomi (Laws)”, un tavolo negoziale istituito nell’ambito della Convenzione sulle armi convenzionali, che opera in stretto coordinamento con le Nazioni Unite: in pratica, il forum in cui gli Stati stanno discutendo norme e divieti globali.

Ambasciatore, ha detto a Reuters che è urgente definire delle regole sulle Laws. Perché?

«Quando abbiamo iniziato questa discussione, circa dieci anni fa, si parlava molto del futuro. Non si tratta più del futuro. Oggi questi sistemi non vengono soltanto sviluppati, ma impiegati sempre più spesso sul campo di battaglia. Stiamo parlando di qualcosa di reale, che sta accadendo, e sembra che ci sia un interesse da parte degli Stati ad avere un confronto su una possibile regolazione. È urgente fare progressi nella definizione di un potenziale quadro internazionale volto a vietare o limitare i sistemi d’arma letali autonomi, al fine di stabilire le future regole per il loro utilizzo».

Il tavolo che presiede discute dal 2016, ma i governi non hanno ancora trovato una quadra. Le divergenze riguardano l’obbligatorietà dell’accordo?

«Una coalizione molto ampia di Stati, quaranta su centoventotto, è favorevole a uno strumento giuridicamente vincolante. C’è il gruppo two-tier, che vuole un divieto degli strumenti che non possono essere usati in conformità con il diritto internazionale umanitario, e una disciplina per quelli conformi. Infine, ci sono Stati che ritengono che il diritto internazionale vigente e più nello specifico il diritto internazionale umanitario siano sufficienti a disciplinare i sistemi d’arma autonomi. Il mandato che abbiamo è formulare – per consenso – gli elementi di uno strumento, senza anticiparne la natura. Per ora lascia quella questione aperta».

C’è anche un problema di definizione: quali armi includere?

«Il tema è quali sistemi caratterizzare come Laws. Vorrei evitare che avessimo una lunga discussione sugli strumenti esistenti, provando a regolare il passato. Il testo di cui abbiamo bisogno deve essere tecnologicamente agnostico e a prova di futuro. Penso che sia l’approccio che sta ottenendo il sostegno delle delegazioni».

Che valore pratico avrebbe un testo che non prevede obblighi? Non rischia di essere inutile?

«Potrei essere cinico e rispondere: quale sarebbe l’utilità di uno strumento giuridicamente vincolante, se vediamo che così tante disposizioni che lo sono, e sono state concordate, poi non vengono rispettate? Anche una dichiarazione politica può essere l’inizio di un processo ulteriore. Un primo passo».

Ha definito irrealistica la scadenza del 2026 indicata dall’Onu e dalla Croce Rossa – in un appello congiunto di tre anni fa – per approvare nuove norme e divieti.

«Anche il segretario generale dell’Onu lo ha riconosciuto. Nel Patto per il futuro [documento adottato dall’Assemblea generale nel 2024], non c’è più quell’indicazione. Cita il nostro mandato e contiene un’esortazione a completare il lavoro il prima possibile».

Qual è una tempistica realistica?

«È molto difficile dirlo, perché dipenderà moltissimo dal lavoro che verrà fatto sulla base di un nuovo incarico che deve essere concordato dalle parti a novembre, quando si riunirà la prossima Conferenza di riesame della Convenzione su certe armi convenzionali. Dobbiamo finalizzare il lavoro entro settembre, per poi presentarlo alla conferenza. La questione della natura dello strumento giuridico entrerà in agenda dopo la riunione di novembre, quando verrà negoziato un nuovo possibile mandato per il Gruppo di esperti.

Ci sono Stati che non vogliono regole, come gli Usa e la Russia. Hanno la stessa posizione sulle Laws?

«No, ci sono differenze. Gli Stati Uniti non solo hanno formulato osservazioni sul testo, ma hanno anche presentato una propria bozza di articoli. La Russia ha dichiarato di essere disposta a lavorare sul testo proposto dal presidente e ha presentato alcuni emendamenti.

Gli Usa impediscono al forum di arrivare a un trattato vincolante?

«Non entro nel dettaglio. Non stiamo parlando della natura giuridica in questo momento, quindi non farò speculazioni. Dovrà essere deciso più avanti, potenzialmente alla prossima Conferenza di revisione a novembre».

Che impatto hanno avuto la guerra tra Russia e Ucraina e la crisi mediorientale sui negoziati?

«Hanno aumentato il senso d’urgenza e il realismo: non parliamo più di qualcosa di immaginario. I conflitti potrebbero costituire un problema per il dibattito, politicizzandolo. Però non è accaduto. Abbiamo avuto alcuni brevi interventi sulla guerra in Ucraina, a Gaza e in Iran. Ma il Consiglio di Sicurezza non sta risolvendo queste crisi e di certo noi non le risolveremo. Dobbiamo concentrarci su una discussione molto tecnica, giuridica e specialistica. Ed è ciò che sta accadendo».

Qual è il ruolo dell’Italia nel negoziato?

«L’Italia è impegnata nel tentativo di trovare un terreno comune. Anche perché il dialogo in corso attualmente è uno dei pochi sul controllo degli armamenti e sul diritto internazionale umanitario, il che spinge gli Stati a prenderne parte. Roma fa parte del gruppo two-tier che ho menzionato prima».

Ci sono sistemi che non uccidono direttamente, ma suggeriscono bersagli (Ai-wss), con un ruolo dell’essere umano solo formale. E se regolare le Laws non fosse sufficiente?

«Uso sempre l’esempio dei tre cerchi. Il più grande è l’intelligenza artificiale in generale: l’Ue ha preso l’iniziativa con l’Ai Act. Poi abbiamo una discussione in corso su queste tecnologie nel dominio militare. I Paesi Bassi e la Corea del Sud hanno presentato alla prima commissione dell’assemblea generale dell’Onu una proposta sul tema: affrontiamo questioni come gli Ai-wss, che non sono necessariamente letali. Infine il cerchio più piccolo, quello delle Laws».

È preoccupato per aziende come Palantir, che stanno sviluppando tecnologie con un crescente livello di autonomia?

«L’industria è interessata a quello che stiamo facendo, perché anche per le aziende in fin dei conti è importante avere sistemi che possano vendere ai Paesi. Se le imprese continuano a sviluppare armamenti e nel frattempo gli Stati trovano il consenso su disposizioni che proibiscono proprio i modelli che stanno sviluppando, per loro sarebbe un problema. Una maggiore chiarezza su ciò che è consentito e ciò che non è permesso dal diritto internazionale creerebbe condizioni di parità e un terreno di gioco più prevedibile.

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