Esclusiva

19 Dicembre 2020
L’Africa contro la pandemia. L’importanza della biomedicina e il fattore Ubora

Contro le aspettative, il continente africano ha reagito alla Covid-19 con numeri più bassi rispetto all’Europa. A fare la differenza tanti elementi, dall’età media della popolazione al clima, e un’eccellenza

Doveva essere un disastro. Guardando i numeri, non è proprio così. Covid-19 ha colpito l’Africa, ma contro le previsioni il sistema  ha reagito ed è rimasto in piedi. Secondo l’ultimo aggiornamento del sito African Union – relativo ai primi giorni del mese di dicembre – i casi nel continente hanno superato quota 2 milioni, con oltre 50.000 morti e poco meno di 2 milioni di ricoveri. 

Diversi i fattori da tenere in considerazione, a cominciare dal numero dei test effettuati. Come rilevato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), la maggior parte dei Paesi – a differenza di quanto accade in Europa – concentra i controlli su viaggiatori, pazienti e contatti dei contagiati ed è dunque verosimile che al totale manchi una parte significativa. Come evidenziato da alcuni studi, clima ed età giocano un ruolo importante. La popolazione africana, con un’età media di 19 anni, è la più giovane del mondo e solo il 3 per cento delle persone supera la soglia dei 65 anni. Nelle aree rurali poi, la densità abitativa è molto bassa, fattore che facilita il distanziamento sociale. Nel contenimento, ha di sicuro influito la conoscenza che varie nazioni hanno delle epidemie. Diversi Stati hanno affrontato negli ultimi anni l’Ebola, sperimentando anzitempo – seppur in parte – misure di prevenzione messe in campo con il coronavirus (isolamento, tracciamento e screening). 

Una mano concreta a limitare i danni del virus in Africa l’ha data anche Ubora. Una piattaforma di “medicina democratica” nata nel 2017, che lavora sul continente mettendo a disposizione disegni di dispositivi biomedicali in maniera gratuita. Zeta ha approfondito il tema con  Arti Ahluwalia, docente di bioingegneria e direttrice del Centro di Ricerca E. Piaggio dell’Università di Pisa, e Carmelo De Maria, Assistant Professor di Bioingegneria all’Università di Pisa. 

Covid-19 Africa Ubora
Carmelo De Maria (a sinistra) e Arti Ahluwalia (a destra)

Tradotto dallo swahili, sottofamiglia linguistica africana, Ubora significa “eccellenza”. «Si tratta di un progetto pubblico e gratuito – racconta Ahluwalia – nato qualche anno fa quando, al lavoro per i Paesi asiatici, avevamo capito che le nostre modalità di insegnamento fossero un po’ forzate per un contesto diverso da quello europeo. Avevamo preconcetti non applicabili sulle cose da insegnare e da fare, e abbiamo maturato la  stessa convinzione in Africa. Non si può consegnare la tecnologia, spesso sviluppata con le nostre conoscenze, e lasciare che la gente provi a utilizzarla senza indicazioni. Ubora è nata per dare una mano all’Africa, indicando alle persone un percorso da seguire per affrontare i problemi».

L’iniziativa, coordinata dall’Università di Pisa, è sostenuta da partner importanti – dall’Universidad Politecnica di Madrid alla Kenyatta University di Nairobi, passando per l’Uganda Industrial Research Institute di Kampala, solo per citarne alcuni – che hanno contribuito apportando le proprie specificità.

«Oggi – racconta De Maria – chiunque può trovare sul web disegni di qualsiasi tipo. Fin quando non mettono a repentaglio la vita delle persone e non pretendono di essere usati in un contesto clinico, non c’è problema. Quando si vuole però avere un impatto le cose cambiano, perché qualcuno di questi oggetti potrebbe non essere efficace come gli apparecchi di cui ci fidiamo di solito. E in un mondo con oltre 7 miliardi di individui, tutti hanno il diritto di usufruire di dispositivi efficaci se si parla di salute».

Covid-19 Africa Ubora

Ubora è una conseguenza, ma anche una sfida. «È difficile – continua De Maria – sviluppare prototipi conformi agli standard internazionali di sicurezza, soprattutto quando non lo si fa per lavoro. Con una sorta di guida online nella creazione dei progetti e la possibilità di interagire con esperti, si può avere però una libreria di disegni sicuri ed efficaci. Certo, poi bisognerà trasformarli in prodotti. Ma è un discorso diverso ed entrano in scena altri attori». 

Come aggiunge Ahluwalia, nei mesi della pandemia «Il supporto di Ubora alla medicina è stato concreto. Per risolvere i problemi medici sul territorio e non dover chiedere sempre aiuti esterni. Qualsiasi ingegnere, medico o paziente può navigare sul sito, vedere e cercare soluzioni in tempi rapidi».

L’Africa contro la pandemia. L’importanza della biomedicina e il fattore Ubora

E proprio durante Covid-19 è arrivata una delle risposte più interessanti. «Nell’ultimo periodo – precisa De Maria – abbiamo istituito una sorta di competizione, invitando le persone a sviluppare device che potessero rimediare ai “danni” del coronavirus. Sono arrivate diverse idee valide, da sistemi di monitoraggio a strumenti per risolvere problemi pratici, come apparecchiature per ruotare il paziente in terapia intensiva. Un lavoro molto bello, sviluppato da studenti della Kenyatta University, ha portato alla realizzazione del primo ventilatore polmonare sicuro ed efficace, ora in fase di sperimentazione. Solo pensare che una persona possa essere salvata da uno strumento creato in maniera open da studenti è un risultato straordinario. Avere un posto dove le informazioni sono verificate e controllate, con un parere di esperti, dà una solidità che spinge a fidarsi».

I risultati di Ubora sono tangibili, ma le prospettive non si pongono limiti. «Il prossimo obiettivo – conclude Ahluwalia –  è mettere in piedi, senza fini di lucro, una fondazione per la gestione della piattaforma. Cercheremo di supportare quell’industria locale che ha voglia di investire nel nostro modo di sviluppare la biotecnologia medica, inserendo Ubora nel concetto di filiera per velocizzare l’inserimento delle apparecchiature sul mercato. Vogliamo cambiare il paradigma di creazione di queste risorse facendo riferimento al concetto di open source, per renderne visibile il design e far sì che la gente possa utilizzarlo senza incorrere in problemi di proprietà intellettuale». 

Eventi imprevisti come la pandemia portano alla necessità di avere a disposizione soluzioni rapide e radicate sul territorio. Per affrontare le difficoltà con le giuste misure e provare a portare – nel caso in questione – un continente come l’Africa al pari del resto del mondo. Ubora ha tracciato la strada.