Esclusiva

11 Dicembre 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 21 Dicembre 2021
Marilyn ha gli occhi neri: il regista Simone Godano incontra la stampa estera del Premio Globo d’oro

Il racconto alla stampa estera del lavoro di ricerca e costruzione per il nuovo film

Marilyn ha gli occhi neri, non blu, ne è convinta Clara (Miriam Leone) ripensando al volto della diva.

Così celebre eppure impossibile da racchiudere in una sola forma, l’immagine di Marilyn Monroe è il simbolo di una verità condivisa ma sfuggente. Il regista Simone Godano la sceglie, dunque, come titolo del suo nuovo film, per sottolineare come sia sempre possibile intravedere un’altra realtà. Ne ha parlato anche in dettaglio durante l’incontro del 9 dicembre 2021 con la stampa estera che assegnerà i Globi d’oro.

Marilyn ha gli occhi neri è infatti la storia di Clara e Diego (Stefano Accorsi), pazienti psichiatrici di un Centro Diurno che fingono di aprire un ristorante. Il Monroe, però, esiste solo attraverso delle false recensioni, in un regime di realtà relativo, che riflette la prospettiva falsata dei due protagonisti.

È una commedia che “vuole rimanere mainstream senza sfociare nel dramma sociale“, ma senza tradire il vissuto complesso che rappresenta.

“Scrivendo il film ci siamo affiancati a tre psichiatri e psicologi e dalla prima volta che sono entrato nel Centro Diurno ho capito che era giusto raccontare con sensibilità”.

Godano trova una formula di racconto che ridefinisce i “confini labili della normalità”, come afferma anche la moderatrice dell’incontro, Patricia Mayorga (corrispondente del quotidiano cileno El Mercurio). Assimila le storie vere dei pazienti psichiatrici, che incontra tre o quattro volte a settimana con la troupe, e le rielabora in chiave nuova, pur con fermi riferimenti a un certo cinema statunitense.

Ubriaco d’amore, Il lato positivo, Eternal Sunshine of the Spotless Mind sono i titoli che ne guidano la costruzione non lineare, come spiega a Claudio Lavanga, corrispondente Nbc News e direttore artistico del Premio Globo d’oro. È il mondo che racconta, infatti, a rifiutare la struttura canonica della sceneggiatura in tre atti. Incostante e lontano dalle logiche razionali, può essere compreso solo dall’interno, attraverso un lungo lavoro di ricerca che ha portato a modificare in corsa una sceneggiatura costruita in due anni.

Sul set questo si traduce nella scelta di ridurre il “tabellone dei costumi” a pochi capi essenziali, poiché i veri pazienti dei Centri Diurni di rado appaiono in abiti diversi durante la settimana. Dal punto di vista registico, invece, è già sufficiente costruire inquadrature stranianti, come quelle iniziali.

“Volevo respingere lo spettatore all’inizio, infastidirlo, creare una forma di disagio che non facesse amare da subito i personaggi”. Ed è così che si crea il distacco utile allo spettatore per cogliere la prospettiva alienata dei protagonisti.

Il nucleo di Marilyn ha gli occhi neri, tuttavia, è la recitazione. Per decisione di Godano mancano i caratteristi, attori specializzati in ruoli eccentrici. Presenti spesso in questo genere di commedia italiana, avrebbero qui appesantito la rappresentazione dei disturbi mentali. Regia e casting hanno optato invece per interpreti provenienti dal teatro, equilibrati anche nell’esasperazione dei caratteri. Per la coppia protagonista il lavoro è stato più complesso, gravato anche dal contesto pandemico che costringeva gli attori a una solitudine forzata fuori dal set. “Hanno seguito la pancia”, fino a trovare il proprio personaggio, ma “io non li ho mollati un secondo. Li ho presi da parte e per cinque giorni ci siamo messi a provare, vestiti e truccati, tutto il film in ordine sequenziale, fino a entrare nella storia”.

Leggi anche: «Non ci sarebbe Napoli senza Eduardo»