Esclusiva

2 Gennaio 2022.
 
Ultimo aggiornamento: 5 Gennaio 2022
«Non mi vergogno di nulla» Parlano le ragazze aggredite a Roma

Il racconto delle vittime. «Perché denunciare non è solo importante, ma è un impegno morale»

Un passo davanti all’altro. Non dimenticare la svolta per arrivare a casa. Destra, sinistra. Guarda prima di attraversare. Parla al telefono e stringi forte le chiavi nel pugno. Se qualcuno ti afferra, urla più forte che puoi. Le raccomandazioni che vengono fatte alle ragazze che rincasano da sole sono sempre le stesse. Si conoscono a memoria. Fin da piccole, nonne, zie e mamme si preoccupano che le giovani donne memorizzino i loro consigli. A volte, però, non basta.

A Roma le aggressioni per strada sono un evento ricorrente. Pochi giorni fa, nei gruppi e sulle pagine Instagram delle associazioni universitarie della Luiss, hanno iniziato a circolare testimonianze di molestie di cui diverse studentesse sono state vittime. Negli appelli fatti si invitavano le ragazze, che abitano nella zona da Via Nomentana a quartiere Coppedè, a fare attenzione quando tornano a casa da sole la notte.

Tutto è iniziato lo scorso luglio con l’aggressione, da parte di un finto tassista, ad Arianna Vignetti, 24 anni, laureata alla Luiss. Dopo esser stata molestata sul taxi, la ragazza è riuscita a scendere dalla macchina e ha subito chiamato la polizia. «Senza un identikit dell’uomo o la targa dell’auto, denunciare è inutile». Questa è stata la risposta degli agenti. Nonostante ciò, lei ha deciso di raccontare la sua esperienza sui social.

Pochi mesi dopo ad Arianna iniziano ad arrivare segnalazioni.  Le persone che la contattano credono di aver riconosciuto il suo aggressore, perché vittime di molestie simili. Una ragazza ha raccontato di essere stata seguita su via Nomentana da un uomo che indossava dei tacchi a spillo. La giovane ha trovato l’abbigliamento dell’uomo curioso, ma non gli ha dato troppo peso. «Se senti un passo femminile non ti giri a vedere chi c’è dietro di te. Se senti dei tacchi non controlli se c’è qualcuno che ti sta seguendo». Poco dopo essere entrata nel cancello di casa è stata spinta al muro prima di riuscire a raggiungere la porta. L’uomo aveva utilizzato le scarpe per bloccare il cancello ed entrare dopo di lei. «Non essendoci stata violenza sessuale, ma “solo” molestia e aggressione la persona non ha subito processo né è stata identificata».

«Io non mi vergogno di quello che è successo, non sono io a doverlo fare» dice un’altra studentessa Luiss aggredita, che preferisce rimanere anonima. Lo scorso agosto è stata seguita da un furgoncino rosso che ha affiancato l’autobus su cui viaggiava. L’uomo ha compiuto gesti sessuali espliciti guardandola negli occhi. L’ha seguita fino a casa, ma è scappato senza che la ragazza potesse identificarlo. «Al telefono l’agente non è stata molto empatica. Mi ha detto “Puoi denunciare ma sappi che sarà praticamente inutile”».

L’obiettivo di Arianna e delle altre è riuscire a segnalare questi fatti. «Con le ragazze che mi hanno scritto stiamo organizzando delle giornate di “denuncia collettiva”. Andremo insieme nei commissariati di Roma per le molestie subite».

Di quanto sia difficile per le donne trovare la forza di attivarsi per denunciare Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente del Telefono Rosa, lo sa bene. L’associazione che dirige gestisce il Centro Antiviolenza (CAV) di Via Dalmazia, nel Quartiere Trieste. «I nostri CAV sono dei centri a cui ci si deve rivolgere per avere assistenza psicologica e legale prima di denunciare. Bisogna però verificare i fatti e raccontarli in maniera precisa, se le autorità non li conoscono possono fare fatica ad intervenire».

L’obiettivo è che la denuncia, una volta fatta, non resti nel commissariato. Il giudice per procedere deve però avere degli elementi.  «Noi non siamo colpevoli di niente, i colpevoli sono loro. Non ci dobbiamo vergognare. Bisognare essere fredde e capaci di incastrare queste persone. Invito tutte a contattarci. Noi possiamo intervenire per aiutare le vittime dal punto di vista legale e psicologico, ad esempio mettendoci in contatto con le forze dell’ordine che le hanno respinte».