Esclusiva

Aprile 5 2022
«La prima arma di un giornalista è la sua professionalità»

In occasione dell’International Fact Checking Day i partner di IDMO, direttori di giornali, militari e personale diplomatico discutono le strategie per rafforzare la resistenza culturale alle fake news

La disinformazione esiste da quando esistono le notizie, ma l’ondata di fake news e propaganda a cui siamo sottoposti oggi rende sempre più necessario comprenderla e agire per contrastarla: è il compito di IDMO, l’Italian Digital Media Observatory, che il 4 aprile ha organizzato un convegno sul tema alla Luiss Guido Carli in occasione della Giornata Mondiale del Fact Checking. All’incontro hanno preso parte tutti i soggetti coinvolti nel progetto, ognuno dei quali ha affrontato il problema da un punto di vista particolare.

Gli attori che si trovano in prima linea contro la disinformazione sono le testate tradizionali che hanno il compito di certificare con la loro autorevolezza l’affidabilità delle notizie che riportano. «Viviamo in un mondo con un eccesso di informazioni», ha affermato il direttore di Huffington Post Mattia Feltri, sollecitato dalle domande dei giovani colleghi del Master in Giornalismo della Luiss, «ma meglio un eccesso che un difetto come quello che hanno in Russia». La diffusione di molteplici fonti e strumenti di informazione è positiva ma questo rende cruciale l’opera di selezione e controllo delle notizie. Un controllo che per il direttore Feltri ognuno deve effettuare principalmente sui propri contenuti, mentre dedicandosi al debunking di tutte le notizie in circolazione «si corre il rischio di ergersi a giudici del lavoro altrui».

«La prima arma di un giornalista è la sua professionalità»
Il panel con i direttori

Il principale strumento a disposizione dei giornalisti per controllare le notizie che arrivano in redazione è «la loro professionalità», ha spiegato Edoardo Buffoni, direttore della redazione news di Radio Capital. Una frase che evidenzia il ruolo centrale che il fattore umano ancora ricopre nel lavoro giornalistico. Nella selezione delle fonti bisogna infatti cercare sempre di avere voci del campo, che abbiano meno condizionamenti nel riportare un fatto. Ciò non evita del tutto gli errori che sono insiti nella scelta. «Il giornalista sceglie in continuazione e per questo sbaglia più degli altri», ha aggiunto Agnese Pini, direttrice del quotidiano toscano La Nazione, «ma le grandi testate possono ridurre questo margine di errore grazie al lavoro di squadra della redazione». Una redazione che deve evolversi insieme agli strumenti tecnici, anche per contrastare la disinformazione. Proprio come ha fatto quella di Repubblica, rappresentata dal vice-direttore Francesco Bei, che ha un team di «nativi digitali capaci di valutare rapidamente da dove provengano video e foto e determinare se siano state manipolati».

Il debunking dei singoli fatti però non basta. Le fake news puntano sulle emozioni e costruiscono delle narrazioni complesse che intrappolano l’utente. Per questo a chi fruisce l’informazione vanno forniti gli strumenti «per una lettura meno passiva dei fatti», attraverso articoli in grado di spiegare il contesto storico e le ragioni profonde di un avvenimento. Una strategia particolarmente utile nella drammatica situazione che stiamo vivendo col conflitto in Ucraina. Malgrado si tratti di una guerra seguita per larghi tratti in tempo reale attraverso i social la tragica scoperta delle fosse comuni di Bucha ci dimostra «che la propaganda segue le stesse modalità dai tempi delle guerre puniche e per scoprire la verità su quanto sta accadendo servirà tempo», ha concluso la direttrice Pini.

Leggi anche: Sviluppare anticorpi per la disinformazione

Con l’invasione russa dell’Ucraina tutto il mondo si è dunque accorto di cosa significhi avere a che fare con una macchina della disinformazione ben finanziata e organizzata, al punto che gli ucraini che hanno parenti in Russia si sono visti contrappore alle loro testimonianze dal campo dei bombardamenti russi narrazioni che ricalcavano passo per passo la propaganda del Cremlino. Ciò mette in luce l’importanza strategica della lotta alla disinformazione che IDMO porta avanti. «Quando ci abbiamo iniziato a lavorare sembrava un problema oscuro e lontano e non si capivano le ragioni di concentrarsi su questo argomento», ha ricordato Gianni Riotta, direttore del Master in Giornalismo e coordinatore dell’osservatorio. «Va messo in chiaro che la disinformazione non è libertà di pensiero e che il fact checking non equivale alla censura», ha detto moderando l’ultimo panel della giornata i cui ospiti sono ben consci dei pericoli posti dalla propaganda russa. Il primo a intervenire è stato infatti l’analista del Ministero della Difesa lituano Kostantinas Reckovas, che si è trovato in prima persona a contrastare le false informazioni diffuse nel suo Stato secondo la quale la Lituania sarebbe stata una nazione fallita che doveva soltanto abbandonare la UE e la Nato e tornare con la Russia.

«La prima arma di un giornalista è la sua professionalità»

«L’obiettivo del Cremlino è quello di minare la fiducia tra gli alleati», gli ha fatto eco Michal Gierasimiuk, membro del team di comunicazione strategica del Ministero della Difesa Polacco, ricordando come agenti russi fossero stati in grado di diffondere un falso documento con la firma di un generale polacco che incitava i suoi uomini ad attaccare «gli occupanti americani».

Esempi di questo tipo dimostrano che «nessun paese può contrastare da solo una propaganda ben organizzata, perciò l’unica strada è quella di un approccio multilaterale che coinvolga il maggior numero di stati», ha affermato il maggiore dell’esercito italiano Sonny Malospiriti. Ma questa collaborazione tra Stati sarebbe inutile senza l’elemento fondamentale sul quale tutti i partecipanti al panel si sono trovati d’accordo: la necessità di educare il singolo cittadino a reagire alla disinformazione. È questo il punto centrale dei corsi di Maia Klaassen, docente di scienze sociali all’università di Tartu, in Estonia. L’approccio della professoressa punta sulla più alta diffusione possibile della Media literacy e sul motivare il singolo ad andare oltre «lo scrollare passivo» che porta a ignorare le bufale, perché anche il mancato contrasto contribuisce a diffondere la disinformazione. Occorre dunque sensibilizzare al tema non solo i giornalisti, ma anche il pubblico più ampio per creare un ambiente in cui le fake news non riescano ad attecchire. «Se perdiamo la lotta dell’informazione oggi», cha concluso il dottor Reckovas, «presto ci troveremo ad affrontare i carri armati nemici».