Esclusiva

Maggio 1 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Maggio 6 2022
Per Anna e Tamara la salvezza adesso è il canto

Il Conservatorio Santa Cecilia di Roma accoglie musicisti e cantanti, come le due giovani artiste

Anna ha uno sguardo triste e spaesato, quello di chi da un giorno all’altro ha visto la sua vita capovolgersi. Si illumina però quando parla del Conservatorio Santa Cecilia, luogo che ha accolto la sua storia e quella di tanti altri artisti profughi.

È a Roma da marzo e nell’alloggio messo a disposizione dal Ministero della cultura ha incontrato Tamara, anche lei di Kiev, anche lei cantante lirica. Sono due giovani donne molto diverse, che raccontano esperienze diverse, seppur accomunate dal destino di rifugiate in Italia. Tamara conosce meglio la lingua, la studia da un paio d’anni per l’opera, e si apre di più: «Sono andata via da Kiev il 14 febbraio, prima dell’inizio della guerra, perché tutti intorno a me parlavano di guerra. Sono andata in Ungheria con mia madre e quando lei ha deciso di raggiungere sua sorella in Slovacchia io sono venuta in Italia.

Per me, pensandoci, è stato difficile decidere di venire qui, perché in Ungheria mi trovavo molto bene e perché in Ucraina è rimasto il mio ragazzo, ma ho capito che la guerra non sarebbe finita presto e che dovevo prendere in mano la mia vita». Mentre lo dice stringe i pugni come a voler afferrare con determinazione e rabbia la quotidianità che le è stata strappata via. «Ho Anna, ma sono da sola e ho capito che devo fare di tutto per far sì che vada bene, anche se devo ricominciare dall’inizio»

Anna custodisce ricordi del suo viaggio verso ovest ancor più difficili da condividere. «Tutti dicevano che sarebbe scoppiata la guerra, ma fino all’ultimo minuto non pensavo fosse possibile. E quando è successo, per me è stato uno shock. Ho preso un treno verso la Polonia con mia madre e mio fratello, ma il convoglio è stato bombardato dai russi. È stato spaventoso. Le luci si sono spente e siamo stati fermi per ore, con le esplosioni vicinissime. Abbiamo raggiunto la Polonia dodici ore dopo, senza valigie, senza niente». Dal campo profughi Anna è poi giunta in Italia grazie alla zia, che vive qui e ha contattato Santa Cecilia.

«La disponibilità del Conservatorio era già stata comunicata la scorsa estate per l’accoglienza dei musicisti afgani dopo il ritiro delle truppe statunitensi, con il supporto del Ministero della cultura e del Ministero degli affari esteri» afferma il direttore del Conservatorio Roberto Giuliani. «È stato naturale estenderlo ai musicisti ucraini ancor prima delle disposizioni del nostro ministero di riferimento (Università e ricerca)». La portata internazionale di un’istituzione come Santa Cecilia, in cui sono rappresentate al momento oltre quaranta nazionalità tra gli allievi, fa sì che il Conservatorio abbia già un’ampia e solida rete di relazioni culturali e diplomatiche.

La crisi ucraina ha tuttavia dato inizio a una serie di provvedimenti inediti di emergenza, sia per gli studenti già iscritti sia per chi è arrivato nelle ultime settimane.  «La nostra priorità è stata la cura delle sei studentesse ucraine che già frequentavano il Conservatorio». Tre di loro già dopo pochi giorni dall’inizio del conflitto non avevano più alcuna disponibilità economica, a causa del blocco delle transazioni bancarie e il Ministero della cultura, nella persona del sottosegretario Lucia Borgonzoni, è intervenuto nel trovare un alloggio in un residence, così come è stato fatto per chi, come Tamara, è arrivato poco dopo. «Sono stato contattato sia in via formale sia in via informale e ho cercato di accogliere tutti, anche i ragazzi e gli uomini che non sono poi stati autorizzati a lasciare l’Ucraina per restare a combattere»

Al momento sono otto le persone accolte che, con le sei già presenti, portano a quattordici il totale di allieve ucraine di Santa Cecilia. È un piccolo flusso costante, con circa due nuove richieste a settimana. «Non ho voluto fare un esame a nessuno di loro, non ho chiesto il curriculum né li ho voluti sentire prima. So che altre istituzioni in Italia l’hanno fatto (il Conservatorio di Milano, ndr), ma per noi è impensabile. Bisogna tenere presente che si tratta di un’emergenza, che alcuni non hanno nemmeno intenzione di rimanere in Italia e forse torneranno indietro».

La priorità è metterli adesso al sicuro e ne è un esempio la storia dei due arpisti ospitati da Santa Cecilia. Sono due fratelli, una bambina di dodici anni e un bambino di otto, fuggiti insieme alla madre pianista. A Kiev erano allievi di due delle più grandi maestre d’arpa esistenti al mondo, «ma li avrei accolti in ogni caso, anche se la nostra è un’istituzione di livello universitario, in cui studiano perlopiù adulti, con poche eccezioni». Il Conservatorio ha anche dato in prestito una delle sue arpe alla bambina e ne sta acquistando un’altra più piccola per il fratellino. Non è uno strumento semplice da reperire e non è facile per un musicista, di qualsiasi età, separarsi dal proprio e perdere una parte così essenziale della quotidianità. «Sono proprio le piccole cose quelle che mancano di più», dice Tamara. Lei, come Anna, mettendosi in salvo ha salvato anche il suo strumento, la voce, ma a mancarle sono i dettagli dei giorni normali, «l’architettura di Kiev, i fiori freschi in casa e la mia tazza, la mia bellissima tazza»

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