Esclusiva

19 Dicembre 2020
I pescatori di Mazara del Vallo sono liberi: «arriveranno domenica»

Dopo più di tre mesi di detenzione in Libia i pescatori tornano a casa. I familiari e gli amici gridano di gioia però, dietro la liberazione, c’è il riconoscimento politico che voleva Haftar

«Sei dipendenti e diciotto amici, ecco chi c’è su quei pescherecci». C’è aria di festa, confusione, a Mazara del Vallo, sulla punta ovest della Sicilia, di fronte a Tunisi. La voce di Marco Marrone, armatore del peschereccio Medinea, al telefono è interrotta dai discorsi degli amici e dei familiari, i saluti dei compagni, i giornalisti che chiedono l’attenzione per la diretta tv. «Stanno tornando a casa e stanno bene, arriveranno domenica mattina».
I 18 pescatori – otto italiani, sei tunisini, due senegalesi e due indonesiani – dopo 108 giorni di detenzione a Bengasi, quartier generale di Khalifa Haftar, in Libia, sono risaliti a bordo dei pescherecci – Antartide e Medinea –  e puntano verso l’Italia

Erano stati fermati la notte del 1 settembre dalla guardia costiera di Haftar, autorità parallela al Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, al largo di Bengasi con l’accusa di aver pescato in acque territoriali che, secondo una convezione che prevede l’estensione della zona economica esclusiva, arriverebbero fino a 74 miglia dalla costa libica.
Tre mesi di detenzione in cui, come dichiara uno dei pescatori, hanno cambiato sei prigioni diverse, e poi giovedì in tarda mattinata la buona notizia «siamo usciti di galera, alcune cose burocratiche e torniamo a casa» ha detto Elyas Ben Thameur, pescatore di 30 anni in una telefonata dal porto di Bengasi. «Nessuno vi ha lasciato soli, tutto il mondo parla di voi – risponde la sorella- io sono scesa dalla Germania per te».

«Avevamo detto che li avremmo riportati in Italia prima di Natale. E ce l’abbiamo fatta» scrive sulla sua pagina Facebook Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, che ieri con il premier Conte è voltato nell’est della Libia, per parlare con Haftar e formalizzare la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo, ottenuta grazie alla trattativa condotta da Gianni Caravelli direttore dell’Aise, l’agenzia informazioni e sicurezza esterna. L’uomo della Libia, come scrive Repubblica, che conosce bene Haftar.

«È il più bel regalo di Natale» dice monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara, ma 108 giorni di prigionia non sono pochi.
Potrebbero essere letti come una prova della perdita di peso politico dell’Italia nell’area del Mediterraneo e in Libia, dove dal 2014 va avanti la guerra civile. Ancora oggi le truppe di Haftar, autoproclamatosi comandante dell’Esercito nazionale libico, sostenuto da Russia, Emirati Arabi Uniti e Egitto si contendono il potere con il Governo di accordo nazionale di al-Sarraj, appoggiato dall’ONU, dal Qatar, dall’Italia e soprattutto dalla Turchia che è riuscita a conquistarsi una posizione centrale nella determinazione degli equilibri del paese.

Anche una nave da cargo turca era stata sequestrata, la scorsa settimana, dalle autorità di Bengasi ma pochi giorni dopo Erdogan, presidente turco, era riuscito a portare i suoi connazionali a casa. «La nave ha pagato la multa per aver violato le acque libiche» aveva fatto sapere Haftar. Parla di scuse ufficiali, dopo l’incontro con il premier Conte, che il presidente del Consiglio italiano gli avrebbe fatto per la violazione da parte dei pescherecci delle acque territoriali e dell’impegno promesso per migliorare le condizioni di detenzione dei quattro scafisti libici detenuti in Italia, di cui però il generale della Cirenaica aveva chiesto la liberazione.

L’Italia, pur sostenendo al-Sarraj, si era avvicinata ad Haftar quando, a dicembre 2019, sembrava potesse arrivare a Tripoli, sede del Governo di accordo nazionale, ma lo ha abbandonato dopo, quando ha fallito l’assalto alla capitale della Libia ed è rimasto sconfitto e isolato a livello internazionale. Haftar aveva bisogno un riconoscimento politico e l’incontro con i rappresentanti del Governo italiano ha dimostrato il peso che il generale ha ancora in Libia, ha trattato i pescatori di Mazara del Vallo come ostaggi e preteso una missione internazionale per la loro liberazione.