Esclusiva

Marzo 31 2022
Le conseguenze dell’ecocidio russo

La devastazione del territorio ucraino e le emissioni di Co2 in Italia

«La distruzione di massa ai danni di flora e fauna, l’avvelenamento dell’aria e delle risorse d’acqua, e tutte le azioni che possano causare un disastro ambientale», in altre parole un ecocidio, crimine riconosciuto da pochi Stati al mondo, tra cui l’Ucraina. Secondo il Conflict and Environment Observatory (Ceobs), organizzazione che monitora le conseguenze degli interventi militari per l’ambiente e le persone, le azioni della Russia sul suolo ucraino rientrerebbero proprio negli estremi di questo reato, non ancora riconosciuto dalle Nazioni Unite. 

L’invasione del territorio ucraino da parte dei soldati russi ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie in Europa dal secondo dopoguerra. Ma non solo. L’uso indiscriminato di armi pesanti, gli incendi e le esplosioni stanno provocando anche gravi danni ambientali. Secondo l’ultimo report del Ceobs, a preoccupare sono la qualità dell’aria, in seguito agli incendi dei serbatoi di carburante delle basi militari, oltre all’inquinamento che viene dalla distruzione di materiale militare. A ciò si aggiunge il pericolo proveniente dal controllo russo delle centrali di Zaporizhzhya, la più grande d’Europa, e di Chernobyl.

Nel documento si legge: «Picchi di radiazioni gamma intorno agli edifici principali del sito di Chernobyl sono stati individuati prima che il sistema di monitoraggio si disattivasse per due giorni. Quando i monitor sono tornati online, sotto il controllo russo, quelli dove sono stati registrati i picchi più alti erano ancora offline». L’aspetto delle aree rurali e urbane è stato modificato in modo radicale: relitti militari occupano le strade, crateri si sono aperti al centro delle città, ponti sono stati fatti esplodere per rallentare l’avanzata russa, con il pericolo che «detriti e agenti contaminanti distruggano gli habitat fluviali».  L’uso indiscriminato di armi esplosive ha esposto gran parte della popolazione all’inalazione di materiale da costruzione polverizzato e a problemi di smaltimento dei detriti.

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L’Italia, anche se non colpita direttamente dalle bombe, potrebbe subire gravi conseguenze dal punto di vista energetico e ambientale. Il nostro paese dipende per il 40% dei consumi dal gas russo. La Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem) ha elaborato alcuni scenari di cosa accadrebbe in Italia se le forniture provenienti dalla Federazione russa venissero interrotte. Anche se si dovessero massimizzare le importazioni da Algeria e Libia, mantenere stabili quelle dell’Azerbaijan e incrementare di poco la produzione nazionale, «L’Italia potrebbe disporre di circa 54,8 miliardi di metri cubi di gas, ovvero una quantità vicina al 75% della domanda del 2021 e del 77% della domanda del 2019. Ci sarebbero circa 16-18 miliardi di metri cubi di gas in meno rispetto a un anno normale».

Sul tema si è pronunciato Alessandro Lanza, direttore esecutivo della Fondazione Enrico Mattei. «Tutte le ipotesi prospettate nel report, sia che l’Italia decidesse di non comprare più gas sia che la Russia interrompesse le forniture, implicherebbero un’implementazione dell’utilizzo delle centrali a carbone». In base ai dati di Terna S.p.a, il carbone è responsabile della maggior parte delle emissioni annue di CO2 in Italia insieme al gas. Nel settore termoelettrico, che sfrutta la combustione per generare energia elettrica, e che fornisce circa il 50% dell’elettricità di cui abbiamo bisogno, il carbone genera il 18% delle emissioni complessive. 

«Non condivido l’implementazione delle centrali a carbone. Avrebbe un impatto immenso sull’ambiente e sulle persone» ha commentato Eleonora Cherubini, 24 anni, ingegnere energetico e membro attivo di YES-Europe, associazione che promuove l’attività dei giovani appassionati di energia e sostenibilità in Europa. «Riaccendere le centrali e non rispettare l’impegno di dismettere o riconvertire quelle già in funzione entro il 2025 comporterebbe un grave allontanamento dall’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura terrestre entro gli 1.5 gradi, come era previsto dall’Accordo di Parigi del 2015». 

Cherubini non ha dubbi sui danni che produrrebbero le centrali. Il problema più grande è rappresentato da tre sostanze: particolato, ossidi di zolfo (SOx) e ossidi di azoto (NOx). Se inalate, possono essere causa di tumori, malattie respiratorie e cardiache. «Avrebbe senso implementare la produzione delle centrali solo se gli impianti venissero dotati delle più avanzate tecnologie di rimozione degli inquinanti e cattura della CO2. A livello economico significherebbe sostenere costi esorbitanti».

Secondo Cherubini il prezzo che pagherebbe la comunità sarebbe troppo alto. «L’unico modo per cercare di risolvere la situazione nel più breve tempo possibile è il mix energetico. Non è necessario, né saggio, pensare a sistemi basati del tutto su impianti eolici o fotovoltaici. Bisogna sfruttare tutte le risorse a disposizione, percorrere al contempo più strade per arrivare al più presto a un’indipendenza energetica».

L’ingegnera si dice preoccupata per il futuro. «Stiamo assistendo a una guerra che ci ha sconvolto. Non ci dobbiamo dimenticare, però, che da tempo viviamo anche un’altra crisi. Al cambiamento climatico dovremmo dare lo stesso peso del conflitto armato. La guerra provoca migliaia di morti. Il cambiamento climatico fa la stessa cosa, con l’unica differenza che si tratta di un conflitto in cui non ci sono né bombe né armi e i suoi danni si espandono più lentamente nel tempo. Se non ce ne curiamo, una soluzione potrebbe non esserci più».