Esclusiva

Aprile 13 2022
Notte in frontiera

Il racconto del nostro inviato, Giorgio Brugnoli, sulla situazione al confine ucraino polacco

I cinque mezzi che fanno parte del convoglio si accodano alla dogana polacco ucraina. Alle quattro del pomeriggio siamo ormai pochi a voler entrare nel paese, i cancelli chiudono alle sette e i tempi di attesa sono lunghi. Con noi solo una serie infinita di autocarri che trasportano lunghe file di macchine di seconda mano perché «costa meno comprare un’auto in Polonia» spiega Lesia, interprete della missione. 

frontiera ucraina

Le palazzine, su cui capeggia la scritta giallo-blu Україна, sono scrostate e ricoperte da una patina polverosa nera. Lo stile sovietico domina lo scenario e le postazioni dei funzionari doganali sono sobrie e austere. Ogni mezzo è controllato più volte da soldati armati di fucile AK-47. Si dichiara solo il trasporto di cibo e beni di prima necessità, nessuno menziona farmaci e apparecchiature mediche. Il timore infatti è che vengano sequestrati alla frontiera e rivenduti al mercato nero. Ultimo scoglio per avere il lasciapassare è sapere dove avverrà la consegna della merce perché da qualche giorno la situazione anche intorno a Leopoli è tesa. Nelle ultime ore infatti sono stati avvertiti forti boati anche nelle regioni più a ovest del paese. 

Ci immettiamo sulla M-11 direzione Leopoli e finalmente il contatto comunica la destinazione: la terza area di servizio dopo la frontiera di Medyka. Siamo all’altezza di Mostys’ka a 50 km dal capoluogo della regione quando accostiamo per il trasbordo. La strada provinciale è deserta. Alcuni carri carichi di legno e trainati da cavalli passano lenti. Le luci delle case sono quasi tutte spente come se nessuno osasse mostrare la propria esistenza. Una chiesa squadrata svetta in lontananza su una distesa di campi trascurati color grano. In un’ora il camion è carico e ci si congeda a vicenda con un cenno del capo, un sorriso veloce e un’intesa muta. 

E’ quasi sera quando torniamo sulla strada che riporta in Polonia. I mezzi piccoli passano, il pullman no. Precedenza ai bambini e ai feriti, questi sono gli ordini. Intorno all’unica careggiata una fila sottile di negozi. Piccoli bar, negozi di alcol e cambia valute le cui insegne al neon illuminano di rosso vivo la coda. Sulla linea del confine c’è il capannone dell’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. Per attraversare il confine a piedi si deve per forza passare da lì e a quest’ora sono rimaste circa trecento persone. Stipati e infreddoliti non cedono alle tentazioni offerte dalle associazioni di volontariato per la paura di perdere il posto. Il silenzio inumano viene rotto soltanto da pianti di bambini, subito zittiti non dalle madre ma dall’atmosfera cupa che incombe sulla comitiva. 

frontiera ucraina

Alle due di notte il pullman riceve il via libera ad accedere all’area di controllo ucraina. Due passaggi distinti, uno per i passaporti di tutti i passeggeri e un ultimo per l’ispezione del mezzo. I militari controllano minuziosamente ogni centimetro perché proprio quel giorno un ragazzo ucraino è stato arrestato dopo aver tentato la fuga. Un volontario addetto alla gestione del corridoio umanitario ci spiega che ogni giorno uomini, richiamati alla resistenza nell’esercito, cercano di lasciare il paese. 

Si passa poi al controllo polacco e la situazione non migliora. Sono ormai le tre di notte e la stanchezza si fa sentire. Di fronte al gruppo di volontari i funzionari non sembrano addolciti anzi. Ricevendo tra le mani il passaporto italiano iniziano una serie di risate di cui si capiscono soltanto le parole “bunga bunga”. In quello che è diventato un gioco subdolo per testare la resistenza del gruppo i polacchi ci mandano da un funzionario all’altro. Prima il passaporto, poi si torna in pullman per infine scendere e rifare tutta la procedura. 

Dopo un’ora la sbarra si alza e il confine rimane alle spalle. 

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